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Smontaggi – Università occidentali, quando il sapere si è fatto schieramento

Dalla libertà accademica al conformismo ideologico: Israele come cartina di tornasole.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Smontaggi – Università occidentali, quando il sapere si è fatto schieramento

Non è una questione di singoli episodi, né di qualche corteo di troppo nei campus americani o europei. Ridurre tutto alla cronaca, alle occupazioni, agli slogan urlati, agli striscioni più o meno grotteschi, significa non voler vedere l’essenza strutturale del problema. Le università occidentali non sono diventate improvvisamente luoghi di militanza. Lo sono diventate perché, negli anni, hanno smesso di difendere l’idea stessa di sapere come spazio conflittuale ma libero, aperto ma regolato, critico ma non intimidatorio.

Il passaggio non è stato traumatico, né imposto dall’esterno. È avvenuto per sedimentazione. Prima la convinzione che la neutralità fosse una finzione borghese. Poi l’idea che alcune cause fossero moralmente superiori e quindi sottratte al vaglio critico. Infine la normalizzazione dell’idea che dissentire non fosse un diritto, ma un problema. In questo slittamento progressivo, la libertà accademica è stata sostituita da un conformismo che non si presenta mai come tale, perché si ammanta di linguaggio etico e di presunte urgenze storiche.

Israele è diventato il banco di prova di questo meccanismo non per caso. È il tema perfetto, perché incrocia politica internazionale, identità, storia, emozione, e consente una semplificazione brutale senza pagare costi immediati. Chi difende Israele non viene solo contestato nelle sue tesi, viene delegittimato come persona, sospettato di collusione, ridotto a portatore di un male morale da tenere lontano se non addirittura da estirpare. È qui che il passaggio dalla critica alla pressione diventa evidente, e che l’università smette di essere un luogo di discussione per trasformarsi in un ambiente a clima controllato.

Il punto non è che nelle università si parli di Palestina o di Israele. Il punto è come se ne parla, e soprattutto cosa accade a chi non si allinea. L’argomento non viene analizzato, viene presidiato. Le parole diventano marcatori di appartenenza, i corsi vengono giudicati non per la loro qualità ma per la loro utilità politica, i docenti imparano a evitare certi temi o certe formulazioni per non attirare attenzioni indesiderate. Non è censura dichiarata, è qualcosa di più efficace: l’autocensura indotta.

Chi osserva questo processo da fuori tende a minimizzare, a parlare di eccessi giovanili o di stagioni che passeranno. È un errore. Qui non siamo davanti a una moda, ma a un mutamento profondo del rapporto tra sapere e potere simbolico. L’università non viene occupata da un’ideologia perché è debole, ma perché rinuncia a difendere i propri criteri interni, accettando che la legittimità venga dall’applauso o dalla paura.

Israele, in questo quadro, funziona come test. Se si può impedire una conferenza, silenziare uno studente, mettere sotto accusa un docente per una posizione considerata inaccettabile su Israele, allora lo stesso schema sarà applicabile a qualunque altro tema. Oggi è lo Stato ebraico, domani sarà qualcos’altro. Chi pensa che il problema riguardi solo Israele non ha capito che Israele è il pretesto, non il bersaglio finale.

Smontare questa deriva significa tornare a una distinzione elementare ma ormai scomoda che poi è quella tra critica e intimidazione, tra impegno e imposizione, tra libertà e disciplina ideologica. Senza questa distinzione, l’università smette di essere un luogo di sapere e diventa un dispositivo di addestramento. E a quel punto non serve più chiamarla università ma basta un megafono e un elenco di parole consentite.


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