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Smontaggi – Quando l’antisemitismo parla il linguaggio del progresso

La lunga rimozione della sinistra occidentale davanti alla questione ebraica

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Smontaggi – Quando l’antisemitismo parla il linguaggio del progresso

Ogni volta che l’antisemitismo riemerge nello spazio pubblico europeo o americano, una parte della sinistra reagisce come se il fenomeno appartenesse esclusivamente alla tradizione della destra radicale o dell’estrema destra nazionalista. Questa convinzione ha la forza delle idee rassicuranti, perché consente di collocare l’odio antiebraico nel campo dell’avversario politico e di preservare la propria coscienza da qualsiasi interrogativo scomodo. La storia, tuttavia, racconta una vicenda più intricata e meno consolatoria, nella quale l’antisemitismo ha attraversato anche ambienti progressisti, socialisti e rivoluzionari, assumendo forme diverse e adattandosi alle categorie ideologiche di ogni epoca.

La sinistra europea dell’Ottocento, che pure nacque all’interno di movimenti emancipatori e universalisti, non fu immune da questa contraddizione. Nei circoli socialisti tedeschi e francesi, come ricorda lo storico Enzo Traverso nei suoi studi sulla cultura politica europea, l’ebreo veniva spesso rappresentato come simbolo del capitalismo finanziario, una figura quasi allegorica nella quale si condensavano l’odio sociale verso la speculazione e la critica all’economia borghese. La caricatura dell’ebreo banchiere o usuraio non apparteneva soltanto alla propaganda nazionalista o clericale; essa circolava anche nelle polemiche della sinistra radicale, che talvolta trasformava un conflitto economico in una generalizzazione etnica.

L’ambiguità emerge già in uno dei testi più discussi della tradizione socialista, la “Questione ebraica” di Karl Marx. Nel saggio del 1844, Marx polemizza con il filosofo Bruno Bauer e sostiene che l’emancipazione degli ebrei non può essere separata dall’emancipazione generale della società borghese. All’interno di quell’argomentazione, tuttavia, compare una descrizione dell’ebraismo identificato con il denaro e con la logica mercantile, una formulazione che nel tempo è stata letta sia come critica alla società capitalistica sia come riproduzione di stereotipi antiebraici profondamente radicati nella cultura europea.

Nel corso del Novecento la relazione tra sinistra e questione ebraica si trasforma senza però dissolvere tutte le ambivalenze. La tragedia della Shoah costringe il mondo progressista a confrontarsi con la dimensione genocidaria dell’antisemitismo europeo e porta molti intellettuali di sinistra a sostenere la nascita dello Stato di Israele nel 1948, percepito allora come un esperimento socialista in Medio Oriente, sostenuto da kibbutz collettivisti e da una leadership laburista. Quel momento di convergenza dura relativamente poco. Con la Guerra fredda e soprattutto dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, una parte della sinistra internazionale inizia a rileggere il conflitto mediorientale attraverso la lente dell’anticolonialismo, collocando Israele nel campo delle potenze occidentali e identificando la causa palestinese con le lotte di liberazione del Terzo mondo.

Questa trasformazione produce una frattura culturale profonda. Israele, che per alcuni decenni era stato considerato un progetto socialista e una società di pionieri, viene progressivamente descritto come un avamposto coloniale dell’Occidente. In molti ambienti universitari europei e americani, a partire dagli anni Settanta, l’ostilità verso lo Stato ebraico assume una tonalità ideologica sempre più marcata, che spesso scivola in un linguaggio nel quale riemergono antichi stereotipi sugli ebrei come potere globale o lobby dominante. Diversi studi dell’Anti-Defamation League e del Pew Research Center hanno mostrato come negli ultimi anni una parte significativa degli episodi antisemiti negli Stati Uniti e in Europa provenga da ambienti politici e culturali che si definiscono progressisti o radicali.

Il problema, naturalmente, non riguarda l’esistenza di critiche legittime alla politica israeliana, che fanno parte di qualsiasi dibattito democratico. La questione emerge quando Israele diventa l’unico Stato al quale vengono applicati criteri morali assoluti, oppure quando il conflitto mediorientale viene trasformato in una chiave interpretativa universale attraverso la quale giudicare gli ebrei della diaspora. In quel passaggio la critica politica si trasforma facilmente in delegittimazione collettiva, e l’antisionismo assume spesso il ruolo di linguaggio contemporaneo dell’antisemitismo.

La difficoltà di riconoscere questa continuità storica rappresenta uno dei nodi più delicati del dibattito pubblico occidentale. Una parte della sinistra continua a considerare l’antisemitismo come un fenomeno esterno alla propria tradizione politica, mentre la storia dimostra che l’odio antiebraico ha saputo adattarsi a linguaggi ideologici molto diversi, dal nazionalismo romantico fino all’anticapitalismo rivoluzionario e all’anti-imperialismo contemporaneo. Guardare questa realtà senza indulgenze e senza autoassoluzioni rappresenta un passaggio necessario, perché la rimozione storica non protegge nessuno e perché ogni cultura politica che rifiuta di interrogare le proprie ombre finisce inevitabilmente per consegnarle al futuro.


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