Il terrorismo raramente resta confinato all’atto che lo inaugura. L’esplosione, il rapimento, la raffica di colpi sparati contro civili costituiscono soltanto il primo momento di un processo più lungo, che prosegue altrove e coinvolge attori diversi da chi ha premuto il grilletto. Dopo la violenza arriva la traduzione ed è proprio in quella fase, più silenziosa e (apparentemente) rispettabile, che il terrorismo entra davvero nel linguaggio politico.
Il passaggio è noto e arcinoto e si ripete con sorprendente regolarità. Avviene un attacco, vengono contati i morti, le immagini fanno il giro del mondo e, mentre ancora si cercano i responsabili o si seppelliscono le vittime, comincia il lavoro certosino e tossico di reinterpretazione. Alcuni ambienti accademici, una parte del giornalismo militante, settori dell’attivismo politico introducono subito una serie di formule che mutano la percezione dell’evento. Il massacro diventa un episodio di “resistenza”, il terrorismo viene inserito nella categoria della “lotta” e la violenza contro civili viene descritta come “rabbia comprensibile” o come “reazione disperata”.
A quel punto la questione non riguarda più ciò che è accaduto ma il modo in cui viene raccontato e quindi messo nel piatto della mensa del lettore. Insomma, non si discute più del gesto ma del famoso ‘contesto’, parola circondata da un’aura di intelligenza e di cultura, di analisi profonda e non di reazione improvvisata. Non si discute più dei responsabili ma delle cause che hanno provocato quel fatto. Il centro del discorso slitta lentamente dall’atto criminale alle condizioni storiche, sociali o politiche che avrebbero prodotto quella violenza. Risultato? Un sottile e totale capovolgimento tanto che il terrorismo smette di essere definito per ciò che fa e comincia a essere spiegato per ciò che, secondo alcuni, rappresenterebbe.
Questo meccanismo ha una storia lunga. Negli anni Settanta diversi gruppi armati europei trovarono ambienti culturali pronti a reinterpretarne le azioni come parte di una guerra politica (e chi scrive, ahimé, ne sa qualcosa). Alcuni intellettuali francesi e italiani descrivevano i terroristi come “combattenti irregolari”, mentre nelle università circolavano letture che trasformavano le bombe in strumenti di conflitto sociale. Qualcosa di simile era accaduto già prima, quando settori dell’opinione pubblica occidentale avevano accolto con indulgenza il terrorismo di alcune organizzazioni palestinesi presentandolo come il linguaggio inevitabile di un popolo senza Stato.
Negli ultimi anni questo schema è riemerso con una forza a dir poco sorprendente. Gli attacchi contro civili israeliani vengono talvolta inseriti, con una rapidità che lascia senza fiato, dentro una cornice interpretativa che li colloca nel campo della “resistenza”. In diverse università occidentali e in una parte del dibattito pubblico, l’attenzione si concentra immediatamente sulle ragioni storiche del conflitto, mentre la brutalità dell’atto terroristico viene assorbita dentro un discorso più ampio che finisce per attenuarne il significato.
La trasformazione avviene attraverso il linguaggio. Le parole, per farla breve, funzionano come filtri che modificano la percezione morale degli eventi. Un attacco terroristico resta lo stesso nella realtà materiale ma assume un significato differente quando viene descritto con termini che appartengono al lessico della lotta politica. La scelta delle parole produce quindi una forma di legittimazione indiretta, perché colloca la violenza dentro un quadro interpretativo che la rende comprensibile e talvolta persino giustificabile.
Il punto cruciale non riguarda soltanto chi compie l’atto terroristico, ma chi lo inserisce in un sistema di significati che lo rende commestibilesulla mensa pubblica. La catena di legittimazione comincia con la violenza, prosegue con la reinterpretazione e si consolida quando il linguaggio politico incorpora quelle categorie. In quel momento il terrorismo smette di apparire come una rottura radicale delle regole della convivenza e viene percepito come uno degli strumenti possibili della lotta politica.
Smontare questo processo richiede attenzione al modo in cui si parla degli eventi. Le parole non rappresentano soltanto la realtà, ma contribuiscono a costruirla e quando il terrorismo viene tradotto in linguaggio nobile, il problema non riguarda soltanto il lessico ma la soglia morale che una società decide di mantenere. Ogni volta che la violenza contro civili viene inserita nel vocabolario della legittimità politica, quella soglia si sposta un poco più in basso, fino al punto in cui il terrorismo smette di apparire come ciò che è e comincia a essere percepito come un’opzione tra le altre.
Smontaggi – Quando la violenza diventa grammatica politica
Smontaggi – L’illusione del “contesto”