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Smontaggi – L’illusione del “contesto”

Quando il contesto viene invocato solo per spiegare il terrorismo, mai per spiegare la difesa. Smontare questa parola passepartout che giustifica tutto

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Smontaggi – L’illusione del “contesto”

Ogni volta che esplode una bomba, che un commando entra in una casa e massacra una famiglia, che un autobus salta in aria o che un kibbutz viene trasformato in un campo di morte, c’è una parola che arriva puntuale, quasi rassicurante nella sua apparente profondità: contesto. Non si tratta di una spiegazione ma di un mantello che viene steso sull’orrore per renderlo meno scandaloso, più digeribile, come se l’atto in sé fosse un dettaglio e la vera storia stesse da qualche altra parte.

Il contesto viene evocato con aria grave e compresa, come se fosse una categoria morale superiore che bisogna capire. E bisogna, dicono, tener conto delle frustrazioni, delle umiliazioni, della povertà, dell’occupazione, della storia. E così il gesto terrorista diventa l’ultimo anello di una catena lunga, complessa, intricata tanto che l’assassino scompare ma rimane il sistema. La responsabilità si dissolve in una nebbia sociologica che attenua tutto e tutto giustifica. Quante volte abbiamo sentito usare questa chiave ‘interpretativa’ che invece nulla interpreta ma molto imbroglia.

Il problema non è studiare le cause dei conflitti ma l’asimmetria con cui questa parola viene usata perché il contesto compare solo quando si tratta di spiegare chi attacca, mai quando si tratta di spiegare chi si difende. Nessuno chiede il contesto quando uno Stato reagisce a un massacro. In quel caso il frame cambia e l’occhio di bue del riflettore si sposta immediatamente sugli effetti della risposta, sulle vittime collaterali, sulle proporzioni. Il contesto evapora, come se la difesa nascesse nel vuoto.

È una distorsione che altera il giudizio morale prima ancora dell’analisi politica. Il terrorismo viene circondato da un’aura di comprensibilità (se non di ‘necessità’) storica, mentre la reazione viene isolata, sezionata e totalmente privata delle sue premesse. Chi spara per primo ha un passato, chi risponde ha invece solo responsabilità presenti.

Questa dinamica non è nuova, ma negli ultimi anni si è fatta sistematica. Dopo il 7 ottobre, davanti a immagini che non lasciavano spazio a dubbi sulla natura dell’attacco, una parte del dibattito occidentale ha iniziato a tirar fuori dal cappello la frase magica: ‘beh, bisogna valutare il contesto…’. Naturalmente non per comprendere l’ideologia genocida di Hamas né per analizzare il finanziamento iraniano o la strategia regionale, ma per ricollocare l’evento dentro una cornice più ampia che finiva per attenuarne la radicalità. Il contesto, dunque, come ammortizzatore morale, come sedativo, come droga distribuita gratuitamente al supermercato.

Eppure il contesto dovrebbe valere per tutti o non valere per nessuno. Dovrebbe includere anche anni di razzi, attentati, tunnel scavati sotto i confini, ostaggi usati come scudi umani. Dovrebbe comprendere la responsabilità dei governi che finanziano milizie e la cultura politica che glorifica il martirio. Se si invoca il contesto per spiegare l’attacco, lo si dovrebbe invocare anche per spiegare la risposta.

Invece la parola funziona come una chiave selettiva che apre solo alcune porte e, guarda un po’, ha la capacità di trasformare l’aggressione in un sintomo e la difesa in un eccesso. È una scorciatoia linguistica che permette di evitare il nodo più scomodo, cioè che esistono ideologie che scelgono deliberatamente la violenza contro i civili, indipendentemente dalle condizioni materiali. Non tutto è reazione. Non tutto è prodotto di una pressione esterna. A volte è scelta.

Smontare l’illusione del contesto non significa rinunciare alla complessità, ma significa rifiutare il doppio standard. E significa riconoscere che la comprensione non può diventare giustificazione né che la difesa non può essere giudicata senza tenere conto dell’aggressione che l’ha preceduta. In caso contrario il linguaggio diventa complice, perché distribuisce attenuanti in modo selettivo e finisce per riscrivere la gerarchia delle responsabilità.

Il contesto, se usato onestamente, allarga lo sguardo mentre se usato come passepartout, chiude la coscienza. E quando chiude la coscienza, e l’analisi – lungi dall’essere tale – non è altro che una forma (si fa per dire)elegantedi rimozione.


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