Ogni epoca si racconta le proprie illusioni, e una delle più comode del nostro tempo è l’idea che l’antisemitismo che vediamo oggi sia “nuovo”. Diverso, quasi irriconoscibile rispetto a quello del passato, un fenomeno mutato nella sostanza, non solo nella forma. È un equivoco rassicurante, perché consente di prendere le distanze dalla storia, di dichiararsi immuni, di archiviare il problema come qualcosa d’altro. Qualcosa che riguarda Israele, la geopolitica, le emozioni del presente. Non noi.
La realtà è un po’ meno consolante. L’antisemitismo contemporaneo non è una mutazione genetica ma, se andiamo a ben vedere, si tratta piuttosto di una continuità. E’ vero: ha cambiato lessico, adattato i codici e imparato a muoversi in ambienti che si dichiarano democratici e progressisti, ma la sostanza è la stessa, e cioè l’idea che l’ebreo sia un corpo estraneo, un soggetto anomalo, portatore di una colpa che precede i fatti e sopravvive a ogni smentita.
Nel passato l’ebreo era accusato di avvelenare i pozzi, oggi di intossicare il dibattito pubblico. Ieri complottava nell’ombra, oggi “controlla i media”. Ieri era accusato di non avere patria, oggi di averne una che però è considerata illegittima. Ieri troppo potente senza Stato, oggi troppo potente con uno Stato. Insomma, cambia la cornice ma non certo la struttura mentale. È sempre un’accusa totale, non falsificabile, che non ha bisogno di prove perché si autocertifica.
La grande astuzia dell’antisemitismo odierno è presentarsi come critica politica, e quindi non come odio, ma come impegno. Non come pregiudizio, ma semmai come analisi autorevole e certificata da professori universitari, grandi artisti (‘grandi’ è sarcastico, per chi non l’avesse inteso), opinionisti e belle firme (anche quel ‘belle’ non è inteso in senso letterale) . È qui che molti si sentono al sicuro.
Parlano di Israele, dicono, non di ebrei. Peccato che nella pratica il confine venga attraversato con una disinvoltura che fa impressione. Israele diventa l’ebreo collettivo, e l’ebreo individuale viene interrogato, messo alla prova, chiamato a dissociarsi. Nessun altro popolo è sottoposto a questo esame permanente di legittimità morale. Nemmeno gli italiani o i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale. Nemmeno gli americani dopo il Vietnam.
Beh, ammettiamolo, non è un caso. L’antisemitismo ha sempre avuto una straordinaria capacità mimetica. A volte, quando è servito, si è vestito da religione, altre da scienza o da nazionalismo o da rivoluzione. Oggi si veste da diritti umani e da antirazzismo selettivo. E più in generale, da giustizia globale a geometria variabile. È un odio che ha imparato a parlare bene, a usare le parole adatte, a stare dalla parte “giusta” dei cortei. Ciò non toglie che resti un odio che semplifica, che assolutizza e che demonizza.
Chi insiste sulla novità assoluta dell’antisemitismo attuale spesso lo fa in buona, anche in ottima fede. Ma l’effetto è devastante perché spezza la continuità storica, impedisce il riconoscimento dei segnali e rende ogni allarme un’esagerazione (chi di noi non si è sentito rimproverare di farlo?). Se è nuovo, allora non sappiamo ancora come affrontarlo. Se è nuovo, allora forse non è davvero antisemitismo ma al massimo tensione o reazione o contesto, come piace dire a qualcuno nel Palazzo di Vetro.
È esattamente così che l’antisemitismo ha sempre funzionato. E’ un fenomeno che non esplode mai come tale e si presenta come qualcosa d’altro. Una protesta legittima, una critica necessaria, una rabbia comprensibile. Poi, quando ci si volta indietro, è troppo tardi. Le parole sono diventate pietre, i simboli sono diventati bersagli, gli ebrei sono tornati a essere il problema da risolvere.
Non c’è nulla di nuovo, dunque, ma semmai una rimozione collettiva e, insieme, una grande difficoltà, tutta occidentale, ad accettare che l’odio antiebraico non appartenga al passato, ma alla nostra capacità sempre rinnovata di raccontarcelo in modo accettabile. Quindi stessa sostanza ma nuovi vestiti. E la stessa, pericolosa e quasi ineluttabile tentazione di non chiamarlo per nome.
Smontaggi – L’equivoco del “nuovo” antisemitismo
Smontaggi – L’equivoco del “nuovo” antisemitismo

