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Smontaggi – L’ebreo che piace e quello che disturba

Quando la memoria diventa cornice e l’identità viva viene percepita come ingombro politico

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Smontaggi – L’ebreo che piace e quello che disturba

Ogni stagione costruisce le proprie categorie morali, e la nostra sembra averne elaborata una particolarmente insidiosa: l’ebreo accettabile è quello che appartiene al passato, che abita le fotografie in bianco e nero, che si lascia commemorare con parole misurate e convegni ben illuminati; l’ebreo problematico è invece quello che esiste, parla, prende posizione, difende Israele o semplicemente rivendica il diritto di non essere ridotto a simbolo universale del dolore. In questa distinzione, che raramente viene esplicitata ma che emerge con chiarezza nel dibattito pubblico, si consuma una trasformazione sottile dell’antisemitismo, il quale non ha più bisogno di urlare per esercitare pressione, perché gli basta delimitare il campo dell’accettabile.

La Shoah occupa uno spazio centrale nelle istituzioni culturali europee, nei programmi scolastici, nelle cerimonie ufficiali, e questo investimento nella memoria rappresenta una conquista civile; tuttavia, quando l’ebraismo viene riconosciuto soltanto nella forma della vittima silenziosa, si produce uno slittamento che merita attenzione. Il problema non riguarda la memoria in sé, bensì il suo uso come recinto morale dentro il quale l’ebreo può essere onorato a condizione di restare immobile. Fuori da quel recinto, quando l’ebraismo si manifesta come tradizione viva, come legame con uno Stato sovrano, come partecipazione attiva al conflitto politico globale, l’atteggiamento cambia e l’empatia si raffredda.

Gli studi dell’European Union Agency for Fundamental Rights mostrano da anni che una parte consistente degli ebrei europei percepisce un aumento dell’ostilità, soprattutto quando l’attenzione mediatica si concentra su Israele. In quei momenti si diffonde una retorica che separa gli ebrei “buoni”, cioè quelli che prendono le distanze, da quelli “complici”, accusati di portare sulle spalle responsabilità collettive. Questa divisione non è un’invenzione polemica, bensì una dinamica documentata anche da diversi centri di ricerca, compreso il Kantor Center dell’Università di Tel Aviv, che segnala come la delegittimazione dello Stato ebraico spesso scivoli verso una generalizzazione identitaria.

Ridurre l’ebraismo a vittima accettabile significa, in fondo, negargli la pienezza della soggettività storica. La vittima può essere compatita, studiata, persino celebrata; il soggetto politico, invece, deve essere ascoltato, contraddetto, discusso sul terreno della legittimità, e questo comporta un riconoscimento più esigente. Quando si invoca la memoria della Shoah per ammonire gli ebrei contemporanei a comportarsi secondo criteri stabiliti dall’esterno, si compie un’operazione moralmente ambigua, perché si utilizza il trauma come strumento disciplinare.
Il punto non consiste nel sottrarre Israele o le comunità ebraiche alla critica, che in una società libera è fisiologica e sana, bensì nel rifiutare l’idea che l’ebreo debba essere moralmente certificato per ottenere diritto di parola. La distinzione implicita tra ebrei “accettabili” e “problematici” funziona come un filtro ideologico che seleziona le voci legittime e marginalizza le altre, riproducendo uno schema antico sotto un linguaggio aggiornato.

Smontare questa distinzione significa restituire complessità a un’identità che attraversa secoli, culture e sensibilità differenti, e riconoscere che l’ebraismo non è soltanto memoria del male subito, bensì anche capacità di decisione, di autodifesa, di partecipazione alla storia. Una società che si dice pluralista dovrebbe accettare questa pluralità senza pretendere che essa si conformi a un’immagine rassicurante; diversamente, il rischio è quello di costruire un museo della coscienza in cui l’ebreo è ammesso solo come reperto, mentre la sua voce viva continua a risultare scomoda.


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