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Smontaggi – L’asimmetria morale non nasce per caso

Come titoli, immagini e verbi costruiscono un campo inclinato prima ancora dei fatti

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Smontaggi – L’asimmetria morale non nasce per caso

Non è necessario sostenere che i media occidentali mentano per riconoscere che esista un problema serio nel modo in cui selezionano, incorniciano e gerarchizzano le notizie. La questione non riguarda l’invenzione dei fatti, bensì la loro disposizione nello spazio simbolico, perché tra ciò che accade e ciò che arriva al lettore si inserisce una serie di scelte redazionali che orientano lo sguardo, talvolta in modo quasi impercettibile. È lì che prende forma quella che possiamo chiamare asimmetria morale, una inclinazione del campo che non altera i dati, ma ne modifica il peso specifico.

Il primo livello è quello dei titoli. Quando un’azione militare israeliana viene raccontata con verbi attivi e agenti chiaramente identificati, mentre un attacco terroristico contro civili è spesso descritto con formule impersonali o con costruzioni che attenuano la responsabilità diretta, si produce una differenza di percezione che precede qualunque analisi. Non è un dettaglio lessicale, perché il linguaggio distribuisce colpe e intenzioni, assegna centralità o la sottrae, suggerisce implicitamente chi agisce e chi reagisce. Se una parte “colpisce” e l’altra “muore”, la grammatica stessa diventa un campo di battaglia.

Il secondo livello riguarda le immagini. La scelta di una fotografia non è neutra, anche quando l’immagine è autentica. Un bambino ferito in primo piano, uno skyline con colonne di fumo sullo sfondo, un soldato armato ripreso in posizione dominante, sono elementi che costruiscono una gerarchia emotiva prima ancora che razionale. Chi osserva tende a identificarsi con il volto sofferente, mentre fatica a riconoscere il contesto più ampio che ha prodotto quella scena. Se la sofferenza di una parte viene resa visibile e reiterata, mentre quella dell’altra compare in modo sporadico o marginale, il lettore finisce per interiorizzare una mappa morale sbilanciata, anche in assenza di una falsificazione deliberata.

C’è poi il problema della cornice interpretativa, quella che negli studi di comunicazione viene definita framing. Decidere se un evento rientra nella categoria di “operazione di sicurezza” oppure in quella di “escalation”, se parlare di “terrorismo” o di “militanti”, significa collocare i fatti dentro uno schema che li rende immediatamente intelligibili secondo una chiave specifica. Le parole non si limitano a descrivere, ma anticipano il giudizio, e quando certe etichette vengono applicate con maggiore facilità a un attore piuttosto che a un altro, l’asimmetria si consolida.

Non si tratta di una cospirazione orchestrata, bensì di un insieme di abitudini culturali e di riflessi condizionati che attraversano le redazioni occidentali, spesso alimentati da una visione semplificata del conflitto tra forte e debole, tra Stato e popolazione, tra esercito e civili. In questa lettura, uno dei soggetti viene percepito come strutturalmente responsabile, l’altro come strutturalmente vittima, e ogni notizia viene filtrata attraverso questo prisma, anche quando la realtà è più complessa e meno rassicurante.

Smontare questo meccanismo non significa chiedere indulgenza per nessuno, né sospendere il diritto di critica verso governi e forze armate. Significa, piuttosto, pretendere coerenza linguistica e rigore semantico, perché l’informazione non può permettersi di oscillare tra categorie morali diverse a seconda dell’attore coinvolto. Quando la grammatica cambia in base al passaporto, il problema non è più politico ma riguarda la credibilità stessa di chi racconta il mondo.

L’asimmetria morale non è un caso, né un destino inevitabile, ma il risultato di scelte concrete che possono essere riviste. Riconoscerlo è il primo passo per restituire ai fatti la loro complessità e ai lettori la possibilità di orientarsi senza che il terreno sotto i piedi sia già inclinato.


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