L’equidistanza è diventata una parola comoda, una di quelle che scivolano bene nelle dichiarazioni pubbliche perché danno l’illusione di una posizione alta, quasi neutrale, come se ci si fosse sottratti alla confusione del conflitto per osservarlo da un punto più lucido. In realtà, più che una scelta morale, è spesso una tecnica di protezione: serve a non esporsi, a non scegliere, a non pagare il prezzo che ogni scelta comporta.
Il problema è che l’equidistanza, nei conflitti reali, non esiste. Esistono fatti, responsabilità, aggressioni, difese, intenzioni dichiarate e comportamenti verificabili. Mettersi “a metà” tra questi elementi non significa essere equilibrati; significa appiattire le differenze fino a renderle irrilevanti. È un’operazione che non chiarisce, ma semmai confonde. Non eleva il dibattito, ma semmai lo anestetizza (o tenta di farlo, spesso in modo goffo e patetico).
Quando un terrorista attacca deliberatamente civili e un altro reagisce per fermarlo, dichiararsi equidistanti non è un gesto di saggezza. È una scelta che finisce per mettere sullo stesso piano chi agisce e chi risponde, chi innesca la violenza e chi cerca di contenerla. Non siamo nel campo della neutralità, ma stiamo adottando una forma di semplificazione che evita di entrare nel merito e, così facendo, produce un effetto preciso: sottrae responsabilità a chi dovrebbe averne di più.
Dietro questo atteggiamento c’è spesso una paura molto concreta, che raramente viene resa esplicita. La paura di esporsi, di essere attaccati, di perdere consenso in un ambiente in cui ogni presa di posizione viene immediatamente classificata, giudicata, trasformata in etichetta. L’equidistanza diventa allora una zona di sicurezza, un modo per attraversare il conflitto senza essere colpiti. Ma questa sicurezza ha un costo, perché si paga sempre con una rinuncia: quella di dire le cose come stanno.
C’è poi un elemento più sottile, quasi culturale. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che la complessità coincida con l’astensione dal giudizio, come se comprendere significasse automaticamente sospendere ogni valutazione. È un errore madornale perché vuol dire non capire (o far finta di non capire) che comprendere richiede tempo, attenzione, capacità di distinguere; ma alla fine di questo percorso, una valutazione è inevitabile. Se non arriva, non è perché siamo più sofisticati, ma perché abbiamo deciso di fermarci prima.
L’equidistanza, così intesa, diventa – perdonate la brutalità – una forma di vera e propria viltà morale. Non nel senso moralistico del termine, ma nel senso più concreto: evitare il rischio personale che comporta una posizione chiara. E, proprio per questo, è anche una scelta politica. Perché nel momento in cui si rinuncia a distinguere tra chi fa cosa, si contribuisce a costruire un racconto in cui le responsabilità si dissolvono, e dove tutto appare ugualmente colpevole, quindi in fondo ugualmente giustificabile.
Smontare questo meccanismo non significa invocare schieramenti ciechi o adesioni automatiche. Tutt’altro. Significa restituire valore al giudizio, alla capacità di dire che non tutto si equivale, che le differenze contano, che le parole devono seguire i fatti e non nasconderli. In un tempo in cui la pressione a non esporsi è fortissima, scegliere di non essere equidistanti non è un atto impulsivo ma, al contrario, una forma di responsabilità.
Smontaggi – L’alibi dell’equidistanza
Smontaggi – L’illusione del “contesto”