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Smontaggi. La Palestina come sacramento morale dell’Occidente

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Smontaggi. La Palestina come sacramento morale dell’Occidente

C’è un momento preciso in cui una causa smette di essere una questione politica e diventa qualcos’altro. Non un programma, non una piattaforma negoziabile, non una rivendicazione discutibile o correggibile ma piuttosto un’identità morale, un marchio, una religione civile. È quello che, in larga parte dell’Occidente, è accaduto e continua ad accadere alla cosiddetta “causa palestinese”.

Non si tratta insomma di confini, leadership, responsabilità storiche, fallimenti interni, scelte politiche concrete. Tutto questo è diventato rumore di fondo, quando addirittura non si è trasformato in fastidio. La Palestina non è più un luogo ma un simbolo e come tutti i simboli assoluti non ammette sfumature, né domande. O stai dentro, o sei fuori. O credi, o sei impuro. Del resto basta aprire molti delle testate nazionali o fermarsi in qualche talk a tema per averne un’imbarazzante conferma.

Va detto che il processo è stato lungo, e tuttavia ben riconoscibile. A partire dagli anni Duemila, e poi con una forte accelerazione dopo il 2014 e il 2021, il conflitto israelo-palestinese è stato progressivamente estrapolato dal suo contesto storico e geopolitico e trapiantato all’interno di un altro racconto, che poi è quello delle lotte morali globali. Colonizzatori contro colonizzati. Oppressori contro oppressi. Bianchi contro non bianchi. Forti contro deboli. La griglia è semplice, potentissima dal punto di vista emotivo tanto che funziona benissimo nei campus, sui social, nei cortei, nelle redazioni pigre.

Dentro questa griglia, Israele non è più uno Stato con una storia, una società plurale, governi diversi e contraddittori, guerre subite e guerre combattute. Israele assolve semplicemente ad una funzione narrativa all’interno della quale rappresenta il “Male”, il colpevole strutturale, l’ebreo collettivo, questa volta non più come individuo sospetto, ma come entità politica assoluta da cui prendere le distanze per confermare e certificare la propria bontà d’animo.

La causa palestinese, così trasformata, diventa un sacramento laico. Sventolare una kefiah, condividere un hashtag, ripetere uno slogan non serve a capire, ma a mostrarsi e dire: io sono dalla parte giusta della Storia. È un gesto identitario, non certo analitico e non conta un accidente sapere chi governa Gaza, come vengono usati gli aiuti internazionali, perché ogni leadership palestinese ha sabotato sistematicamente ogni ipotesi di compromesso. Non importa nemmeno cosa accade davvero sul terreno. Quel che conta è il rito.

Ogni religione civile ha i suoi dogmi e i suoi tabù. Qui il dogma è che la violenza palestinese non ha mai un contesto morale autonomo ma è sempre “reazione” mentre non è mai una scelta. Il tabù è nominare l’antisemitismo, che viene dissolto e relativizzato. Ci ripetono, queste anime belle e distorte, che non è odio verso gli ebrei ma critica a Israele. Anche quando l’ebreo diventa il bersaglio simbolico globale, anche quando sinagoghe e scuole ebraiche finiscono sotto scorta, anche quando la parola “sionista” viene usata come insulto ontologico.

Questa religione ha bisogno di un colpevole permanente perché vive di purezza. E la purezza, come insegna la storia, si definisce sempre per esclusione. C’è un “noi” moralmente eletti e un “loro” irrimediabilmente contaminato. Israele, e per estensione gli ebrei che non si dissociano abbastanza, svolgono questa funzione con una efficacia impressionante. Sono abbastanza vicini da essere ossessivamente osservati, abbastanza lontani da essere disumanizzati senza rischi.

Il paradosso è che questa sacralizzazione della Palestina non aiuta affatto i palestinesi reali. Tutt’altro, direi, perché li congela in una condizione eterna di vittime simboliche, innalzate a icona e per questo condannate all’immobilità. Ogni critica interna diventa tradimento, ogni tentativo di riforma diventa sospetto e ogni richiesta di responsabilità viene letta come complicità col nemico.

Ma la funzione principale di questa religione non è il Medio Oriente. È l’Occidente. Serve a ripulire coscienze (belle che sporche), a riciclare sensi di colpa (secolari), a produrre appartenenza a basso costo. Non richiede studio, né coerenza né tanto meno memoria storica. Basta solo un nemico giusto. E ancora una volta, quel nemico ha un nome antico, anche quando si finge di non saperlo.


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