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Smontaggi – Il pacifismo a bersaglio, quando la pace diventa un’arma

Chi invoca la fine delle guerre solo se a difendersi è Israele.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Smontaggi – Il pacifismo a bersaglio, quando la pace diventa un’arma

C’è un pacifismo che non nasce dal rifiuto della violenza, ma da una scelta di campo preventiva, e che per questo val la pena di provare a smontarlo pezzo per pezzo. Non è il pacifismo di chi contesta ogni guerra, né quello, legittimo, di chi si interroga sui limiti dell’uso della forza. È un pacifismo selettivo, intermittente, che entra in funzione solo quando il soggetto armato che reagisce è Israele e che si spegne senza imbarazzi quando la violenza proviene da attori che non rientrano nel bersaglio ideologico prescelto.

Lo si riconosce da un dettaglio rivelatore, che dettaglio non è. Questo pacifismo non chiede mai la resa dei violenti. Non chiede ad Hamas di deporre le armi, non pretende da Hezbollah la smobilitazione, non esige che i gruppi jihadisti rinuncino alla lotta armata. Tutta la pressione morale, tutto l’apparato lessicale, tutta l’indignazione si concentrano su chi risponde agli attacchi, come se la difesa fosse un’aggravante e non una conseguenza. La pace, in questa grammatica morale, non è l’assenza di violenza, ma la rinuncia unilaterale di una sola parte a difendersi.

Questo schema non è nuovo, ma oggi si presenta con una sicurezza che colpisce. Si parla di cessate il fuoco senza mai chiarire a quali condizioni e con quali garanzie. Si invoca il silenzio delle armi come se le armi fossero distribuite simmetricamente e non come se una parte avesse costruito la propria identità politica sulla guerra permanente. Il pacifismo a tempo funziona così. Si attiva quando Israele colpisce, si disattiva quando Israele viene colpito. In mezzo, un vuoto argomentativo che viene riempito da slogan, immagini selezionate, indignazione a comando.

Il punto non è difendere ogni scelta del governo israeliano, né negare che la guerra produca sofferenza civile. Il punto è chiedersi perché, di fronte a conflitti altrettanto sanguinosi o più sanguinosi, questo pacifismo resti silenzioso o distratto. Perché non organizza piazze contro i massacri in Siria. Perché non chiede il disarmo delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Perché non pretende la fine delle guerre africane che divorano intere regioni. La risposta è semplice e scomoda. Perché lì non c’è Israele. E senza Israele, il meccanismo perde il suo perno simbolico.

Questo pacifismo è tutt’altro che ingenuo. È un dispositivo morale che consente di sentirsi dalla parte giusta senza affrontare il nodo centrale della violenza politica. Chiedere la pace senza chiedere la resa di chi pratica il terrorismo significa accettare che la violenza resti uno strumento legittimo, purché impiegato dal soggetto giusto. È una pace che non nasce dal diritto, ma dalla simpatia ideologica. Una pace che non mira a disinnescare il conflitto, ma a congelarlo a vantaggio di chi non viene mai chiamato a rispondere delle proprie azioni.

Smontare questo pacifismo non significa rifiutare l’idea di pace ma semmai sgnifica restituirle la serietà che merità una parola e un’idea così alta e nobile. La pace non è una parola da esibire contro un solo attore, né una richiesta selettiva rivolta sempre agli stessi. È un processo che passa dal riconoscimento della responsabilità dei violenti, da qualunque parte si trovino. Finché questo passaggio verrà eluso, il pacifismo a bersaglio continuerà a funzionare come una copertura morale per la guerra degli altri. E a quel punto non sarà più pacifismo, ma una forma sofisticata di complicità.


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