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Smontaggi – Gaza non esiste (quando serve)

Da territorio abitato e devastato a parola-totem: come Gaza viene ridotta a simbolo, svuotata della sua realtà concreta e resa utile a chi non vuole fare i conti né con Hamas né con ciò che davvero accade lì

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Smontaggi – Gaza non esiste (quando serve)

Gaza oggi circola molto più come concetto che come luogo. È una parola che funziona, che si presta a essere agitata come una bandiera, tirata contro come un’accusa, usata come una scorciatoia morale. Il territorio reale, con la sua storia, le sue responsabilità interne, le sue dinamiche di potere e la vita quotidiana di chi ci vive, viene accuratamente messo tra parentesi perché complica, disturba e soprattutto costringe a fare i conti con fatti meno manipolabili.

Nel dibattito pubblico occidentale Gaza è diventata una metafora mobile, assai elastica e quindi adattabile a qualsiasi tesi precostituita. Non è più un’area governata da Hamas dal 2007, non è più un sistema politico autoritario che per anni e anni ha represso il dissenso, controllato le informazioni e investito risorse enormi in armamenti e infrastrutture militari sottraendole alla popolazione civile. Gaza è stata ridotta a un fondale astratto su cui proiettare un conflitto morale elementare, dove c’è un colpevole unico e un innocente collettivo indistinto, privo di storia e perfino di voce propria.

Questa astrazione serve a molti. Serve ad Hamas, che da anni lavora per cancellare se stessa come soggetto politico responsabile e presentarsi esclusivamente come espressione di una sofferenza anonima, così da trasformare ogni critica in un atto di cinismo o complicità. Ma serve anche a una parte consistente dei suoi sostenitori occidentali, che hanno bisogno di una Gaza semplificata per reggere il proprio impianto ideologico, fondato su slogan, immagini selezionate e una gerarchia morale rigidissima in cui tutto deve stare al suo posto, senza scarti e, sia chiaro, senza domande imbarazzanti.

La Gaza reale invece è un problema. È un problema perché mostra come un movimento islamista abbia costruito un sistema di potere fondato sulla guerra permanente, sul sacrificio programmato dei civili e sull’uso sistematico della popolazione come scudo e come capitale simbolico. È un problema perché racconta che la distruzione non è solo il prodotto di un conflitto asimmetrico, ma anche il risultato di scelte strategiche deliberate, portate avanti nel tempo con lucidità e brutalità. È un problema, poi, perché costringe a riconoscere che la sofferenza non è mai un lasciapassare automatico per l’innocenza politica.

Per questo Gaza viene sottratta alla geografia e trasferita nella mistificazione linguistica tanto da diventare un’icona da sventolare nelle piazze, un argomento da brandire per azzittire ogni discussione, una parola che chiude il discorso invece di aprirlo. In questo processo, i civili palestinesi non vengono difesi, ma semmai usati, perché della loro vita concreta, con le sue contraddizioni e le sue tragedie quotidiane, non frega assolutamente nulla ai cosiddetti propal e oltretutto è molto meno utile di un simbolo puro, privo di spigoli.

Smontare questa operazione non significa negare il dolore, né minimizzare la devastazione, ma tentare di restituire complessità a ciò che viene intenzionalmente reso bidimensionale. Finché Gaza resterà una metafora e non un luogo reale, continuerà a essere funzionale a chi vive di conflitto e di semplificazione, mentre chi ci vive davvero resterà intrappolato in una rappresentazione che non gli appartiene e che, alla fine, non gli serve.


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Smontaggi – Gaza non esiste (quando serve)