La Slovenia è uno di quei Paesi che tendono a sparire dalle mappe mentali della politica europea finché non prendono una decisione che rompe il silenzio. Eppure, a trent’anni dall’indipendenza, Slovenia è diventata una realtà stabile, ben inserita nelle strutture occidentali e dotata di una capacità di manovra diplomatica superiore a quanto suggerirebbero i suoi due milioni di abitanti. La sua traiettoria recente racconta un equilibrio delicato tra solidità economica, prudenza geopolitica e una crescente propensione a interventi simbolici sul piano internazionale, in particolare quando si parla di Medio Oriente.
Dal punto di vista economico, Lubiana resta uno degli esempi più riusciti di transizione post-jugoslava. L’economia slovena è fortemente orientata all’export, integrata nelle catene del valore tedesche e centroeuropee, con un settore manifatturiero competitivo, un comparto tecnologico in crescita e una rete logistica che sfrutta la posizione strategica sull’Adriatico. Il porto di Capodistria è diventato negli anni un nodo rilevante per i traffici verso l’Europa centrale, mentre la stabilità finanziaria e un welfare ancora funzionante hanno permesso al Paese di attraversare senza scossoni eccessivi le crisi degli ultimi anni, dall’inflazione post-pandemica al rallentamento industriale europeo.
Sul piano geopolitico, la Slovenia si muove con coerenza dentro il perimetro euro-atlantico. È membro dell’Unione europea e della NATO, sostiene ufficialmente l’allargamento ai Balcani occidentali e si propone come ponte tra l’Europa centro-settentrionale e l’area ex jugoslava. I rapporti con Washington restano solidi, così come quelli con Berlino, mentre con i vicini balcanici Lubiana alterna cooperazione e frizioni, soprattutto quando entrano in gioco questioni storiche o confini simbolici. In questo quadro, la politica estera slovena ha spesso cercato una cifra distintiva, fatta di iniziative diplomatiche ad alto valore morale e di prese di posizione che garantiscono visibilità internazionale.
È qui che entra in gioco il rapporto con Israele. Tradizionalmente, la Slovenia aveva mantenuto una linea relativamente equilibrata, riconoscendo Israele, collaborando sul piano economico e tecnologico e sostenendo, almeno formalmente, una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese. Negli ultimi anni, però, soprattutto dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, Lubiana ha progressivamente spostato il baricentro delle proprie scelte, avvicinandosi alle posizioni più critiche verso Gerusalemme e allineandosi a un fronte europeo che utilizza un linguaggio sempre più duro nei confronti dello Stato ebraico.
La decisione di riconoscere lo Stato palestinese, assunta insieme ad altri Paesi europei, ha segnato un passaggio chiaro. Per il governo sloveno si è trattato di un atto politico presentato come contributo alla pace e alla soluzione dei due Stati, ma che nella pratica ha avuto soprattutto un valore simbolico e identitario. Lubiana ha voluto accreditarsi come voce autonoma, sensibile ai temi dei diritti e capace di distinguersi da un’Europa percepita come esitante o divisa. Israele, dal canto suo, ha letto queste scelte come parte di una dinamica più ampia di pressione politica e di isolamento diplomatico, raffreddando ulteriormente rapporti che già non erano centrali.
Questo spostamento non significa però una rottura totale. I legami economici e tecnologici tra Slovenia e Israele continuano a esistere, così come i contatti a livello europeo e multilaterale. Tuttavia, il clima politico è cambiato, e Lubiana sembra sempre più interessata a giocare una partita di visibilità internazionale, anche a costo di irrigidire i rapporti con partner tradizionali.
In definitiva, la Slovenia di oggi è un Paese che ha trovato una sua stabilità interna e una collocazione chiara in Occidente, ma che cerca nel linguaggio morale della politica estera uno spazio di riconoscimento che la pura dimensione economica non le garantisce. È una strategia comprensibile per uno Stato piccolo, ma non priva di rischi, perché trasformare le scelte simboliche in architrave dell’azione internazionale può esporre a contraddizioni difficili da gestire quando la realtà geopolitica torna a chiedere pragmatismo più che dichiarazioni di principio.
Il Punto. Slovenia, l’equilibrismo in un’Europa nervosa

