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Il Punto. Slovacchia, tra sovranismo e appartenenza europea

Un Paese diviso tra pulsioni interne, vincoli comunitari e una politica estera che oscilla ma non si spezza

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Slovacchia, tra sovranismo e appartenenza europea

La Slovacchia è uno Stato giovane nella sua forma attuale, nato nel 1993 dalla separazione consensuale con la Repubblica Ceca, ma è anche un laboratorio politico che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione di Bruxelles e delle capitali europee per le sue scelte controcorrente.

Bratislava, affacciata sul Danubio e stretta tra Austria e Ungheria, è geograficamente al centro dell’Europa ma politicamente si muove lungo una linea più frastagliata, nella quale convive l’appartenenza piena all’Unione europea con una crescente diffidenza verso alcune delle sue politiche.
Il ritorno al governo di Robert Fico ha segnato una svolta evidente, soprattutto per le prese di posizione più caute nei confronti dell’Ucraina e per una retorica che insiste sulla sovranità nazionale. Fico non ha messo in discussione l’adesione all’Unione europea né alla NATO, tuttavia ha ridimensionato il sostegno militare diretto a Kiev e ha espresso critiche verso l’impianto sanzionatorio contro la Russia, sostenendo che esso penalizzi le economie europee senza produrre effetti risolutivi. Questa linea ha suscitato frizioni con alcuni partner comunitari, anche se Bratislava continua a rispettare formalmente gli impegni presi a livello europeo.

Sul piano economico, la Slovacchia resta una delle economie più industrializzate dell’Europa centrale, con un settore automobilistico che rappresenta una quota significativa del prodotto interno lordo e dell’occupazione. L’integrazione nelle catene produttive tedesche ha garantito crescita e stabilità per anni, ma la transizione energetica e la riconversione dell’industria verso l’elettrico pongono interrogativi non marginali. L’inflazione e il rallentamento economico hanno inciso sul potere d’acquisto, alimentando un malcontento sociale che ha favorito forze politiche più critiche verso Bruxelles.

Nei rapporti con la comunità internazionale, la Slovacchia cerca di mantenere un equilibrio tra le proprie esigenze interne e i vincoli derivanti dall’appartenenza ai principali organismi occidentali. Non è un Paese isolato, né intenzionato a rompere con l’Unione, ma rivendica margini di autonomia su dossier sensibili, dalla politica energetica alla gestione dei flussi migratori. Questa attitudine la avvicina in parte all’Ungheria, pur senza arrivare agli stessi livelli di conflitto con le istituzioni europee.

Per quanto riguarda i rapporti con Israele, Bratislava mantiene relazioni diplomatiche solide e una cooperazione che si sviluppa soprattutto nei settori della difesa, della tecnologia e dell’innovazione. La Slovacchia ha espresso in più occasioni sostegno al diritto di Israele di difendersi dagli attacchi terroristici, pur adottando un linguaggio istituzionale attento al quadro umanitario. Non si tratta di una posizione isolata o estemporanea, ma di una linea che si inserisce nella tradizione di rapporti corretti e pragmatici tra i due Paesi.

Va ricordato che la Slovacchia porta con sé una memoria storica complessa, legata al periodo della Seconda guerra mondiale e al ruolo del regime collaborazionista di Jozef Tiso nella deportazione degli ebrei slovacchi. Negli ultimi anni il confronto con quel passato è diventato più esplicito, anche se non privo di tensioni nel dibattito pubblico. Questo elemento contribuisce a rendere il dialogo con Israele non soltanto politico ma anche simbolico.

La Slovacchia si muove dunque in una zona di confine, non solo geografico ma politico, cercando di conciliare spinte interne e appartenenza occidentale. È un Paese che non intende uscire dal perimetro europeo, ma che prova a ridefinire il proprio spazio di manovra dentro di esso, mantenendo rapporti pragmatici con partner come Israele e negoziando con Bruxelles un equilibrio che resta, per sua natura, instabile.


Slovacchia, tra sovranismo e appartenenza europea