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Siria. Capodanno sotto assedio

La minaccia jihadista torna a colpire la Siria e riapre la ferita delle minoranze.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Siria. Capodanno sotto assedio

La notte di Capodanno, in Siria, non è stata solo un passaggio simbolico tra due calendari ma una vera e propria linea di frattura. Secondo il ministero dell’Interno di Damasco, cellule dello Stato Islamico avevano progettato una serie di attentati suicidi contro chiese e luoghi di ritrovo civile, con particolare attenzione alla città di Aleppo. Il progetto non si è compiuto nella sua forma più ampia, ma ha comunque prodotto un morto e diversi feriti tra le forze di sicurezza, confermando che la minaccia jihadista, lungi dall’essere un residuo del passato, è tornata ad affacciarsi con brutalità sul presente siriano.

L’episodio che ha fatto scattare l’allarme si è consumato nel quartiere Bab al-Faraj di Aleppo. Un agente, insospettito dal comportamento di un uomo poi identificato come affiliato a Daesh, ha tentato un controllo. Ne è seguito uno scontro a fuoco, concluso con la morte del poliziotto e con l’esplosione dell’attentatore, che ha ferito altri due agenti intervenuti per arrestarlo. Si tratta di fatto circoscritto, se letto isolatamente ma anche di un segnale inquietante, se inserito in una sequenza che negli ultimi mesi mostra una ripresa operativa dello Stato Islamico nelle aree controllate dal governo centrale.

Il contesto è noto ma se ne parla malvolentieri, soprattutto in Occidente. La Siria post-Assad non è una Siria pacificata. Il paese è uscito formalmente dalla guerra civile ma resta pesantemente frammentato. Dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, il nuovo potere ha promesso ordine e stabilità, ma ha ereditato un tessuto sociale devastato e una mappa confessionale attraversata da rancori mai risolti. In questo vuoto, lo Stato Islamico ha ricominciato a muoversi, colpendo obiettivi simbolici e strategici, spesso con l’intento di riaccendere una guerra settaria che garantirebbe al gruppo nuova linfa e visibilità.

Non è certo un caso che nel mirino finiscano le comunità cristiane. Le chiese rappresentano bersagli ideali essendo luoghi carichi di significato simbolico, spesso poco protetti, e la loro violazione produce un effetto mediatico e psicologico sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. A giugno, un attentato suicida in una chiesa di Damasco ha fatto una strage, uccidendo venticinque persone. In quell’occasione le autorità hanno attribuito la responsabilità allo Stato Islamico, anche se la rivendicazione è arrivata da un gruppo poco noto, Saraya Ansar al-Sunna, che secondo diversi analisti non sarebbe altro che una sigla di copertura dell’organizzazione jihadista.

La dinamica si ripete: moltiplicare i nomi, confondere le piste, rendere opaca l’attribuzione diretta per aumentare la resilienza del brand jihadista. Un metodo già visto negli anni più duri del conflitto e oggi riadattato a un contesto in cui il Califfato non controlla più territori, ma conserva capacità di infiltrazione e colpo.

A rendere il quadro ancora più instabile contribuisce il gioco delle potenze esterne. A dicembre, un attacco a Palmira, attribuito a un singolo miliziano dell’ISIS, ha ucciso due soldati statunitensi e un civile americano. La risposta di Washington non si è fatta attendere con raid mirati contro obiettivi jihadisti, che secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani avrebbero causato la morte di almeno cinque combattenti dello Stato Islamico. Operazioni chirurgiche, certo, ma che ricordano quanto la Siria resti un teatro di confronto indiretto, dove la sovranità nazionale è sempre relativa.

Nel frattempo, Damasco tenta di accreditarsi come partner affidabile nella lotta al terrorismo. A novembre, durante una visita ufficiale a Washington, il presidente Ahmed al-Sharaa ha annunciato l’adesione formale della Siria alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro l’ISIS. Un gesto di rilievo politico, anche perché Sharaa è un leader islamista con un passato jihadista, che in passato ha combattuto lo Stato Islamico nel caos della guerra civile. La sua ascesa al potere è stata letta da molti come una scommessa rischiosa: un uomo che promette di sconfiggere il jihadismo radicale pur provenendo da quello stesso humus ideologico.

Le minoranze, cristiani in testa ma non solo, osservano con crescente inquietudine quel che avviene attorno a loro e, spesso, contro di loro. Negli ultimi dodici mesi, la Siria ha conosciuto episodi di violenza settaria che hanno colpito duramente alawiti e drusi, alimentando la percezione di uno Stato incapace o non del tutto disposto a garantire protezione a tutti i suoi cittadini. I massacri di civili alawiti sulla costa, le tensioni nella provincia drusa di Sweida, le chiese trasformate in bersagli: ogni episodio erode un po’ di più la fragile fiducia nel nuovo ordine.

Il piano sventato di Capodanno, dunque, non è solo una notizia di cronaca ma ricorda a tutti noi che lo Stato Islamico non è stato sconfitto, ma disperso e in grado ancora di fare danni incalcolabili. In Siria, insomma, la normalità è ancora ben lontana, e di questo dovremmo esserne tutti – soprattutto i leader politici – consapevoli senza incertezze.


Siria. Capodanno sotto assedio
Siria. Capodanno sotto assedio