La provincia di Sweida, nel sud della Siria, continua a bruciare poco o nient’affatto illuminatga dai riflettori internazionali, come se l’ennesima tragedia mediorientale fosse ormai un rumore di fondo a cui l’opinione pubblica globale si è assuefatta. Eppure i numeri raccontano una realtà che non può essere liquidata come un episodio locale: oltre 3.500 morti dall’estate scorsa, trentotto villaggi occupati, centinaia di esecuzioni sommarie documentate da organizzazioni per i diritti umani, più di duecentomila sfollati e almeno centotrentamila persone che ancora oggi non possono tornare alle proprie case. A questo si aggiunge il blocco delle forniture di cibo e medicine imposto dal nuovo regime siriano, che ha trasformato la regione in un territorio assediato.
Tutto è iniziato nel luglio 2025 con scontri tra milizie beduine e gruppi drusi, ma l’ingresso delle forze governative, ufficialmente per ristabilire l’ordine, ha segnato una svolta drammatica. Secondo diverse ricostruzioni, le truppe fedeli al presidente Ahmed al-Shara non si sarebbero limitate a separare i contendenti, bensì avrebbero affiancato i miliziani, aprendo il fuoco sui civili e partecipando a operazioni di rastrellamento casa per casa. Le testimonianze parlano di esecuzioni sul campo, saccheggi sistematici, rapimenti di donne e ragazze, violenze sessuali utilizzate come strumento di intimidazione collettiva. In almeno tre casi documentati, le vittime sarebbero state uccise dopo essere state stuprate, in una sequenza che richiama le pagine più oscure del conflitto siriano.
Un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è stato annunciato a metà luglio, ma si è rivelato fragile sin dalle prime ore. Gli scontri sono ripresi a ondate nei mesi successivi e, a febbraio 2026, la situazione appare cristallizzata in un equilibrio instabile, con intere aree spopolate e decine di rapiti di cui non si conosce il destino. Nessun procedimento giudiziario è stato avviato contro i responsabili, mentre il regime continua a esercitare una pressione crescente sulle minoranze del Paese, dagli alawiti ai cristiani, in un quadro che suggerisce una strategia di controllo attraverso la paura.
Per la comunità drusa in Israele quanto accade oltre confine non è una notizia vaga e lontana. I legami familiari e identitari rendono ogni aggiornamento un colpo diretto. A Julis, in Galilea, è stata istituita una squadra civile che lavora senza sosta per raccogliere fondi, attrezzature mediche e generi di prima necessità destinati alla popolazione assediata. Il progetto “Brothers We Are” coordina parte di queste attività e insiste su un punto che ricorre in molte testimonianze: la solidarietà non è soltanto un gesto umanitario, ma una risposta alla sensazione di isolamento che accompagna chi si sente abbandonato dalla comunità internazionale.
Medici, ex ufficiali dell’esercito israeliano, leader religiosi e semplici volontari hanno messo in piedi una rete di sostegno che coinvolge anche cittadini ebrei, in un intreccio di aiuti che attraversa appartenenze e differenze. L’intervento militare israeliano contro obiettivi del regime a Sweida e nei dintorni di Damasco, avvenuto al culmine degli scontri, è stato presentato come una misura di protezione, ma non ha modificato in modo definitivo gli equilibri sul terreno.
Il massacro di Sweida non è un capitolo chiuso, bensì una crisi che continua a evolvere sotto traccia, mentre l’attenzione internazionale resta concentrata altrove. Nel frattempo, le immagini che filtrano sui social mostrano esecuzioni, umiliazioni pubbliche e villaggi svuotati, ricordando che la Siria non è uscita dalla logica della guerra permanente. La montagna drusa resiste, dicono in molti, ma la resistenza non basta se il resto del mondo sceglie di girare lo sguardo dall’altra parte.
Siria. A Sweida l’assedio invisibile

