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Sionismo cristiano. Una frattura che viene da lontano

Potere religioso e pressioni politiche a Gerusalemme

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Sionismo cristiano. Una frattura che viene da lontano

La dichiarazione diffusa a metà gennaio dai Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme contro il cosiddetto Sionismo cristiano avrebbe dovuto, nelle intenzioni di chi l’ha promossa, ristabilire una linea di confine chiara dentro il mondo cristiano locale. Il risultato, però, è stato quasi opposto. Invece di chiudere una discussione, l’ha aperta in modo fragoroso, mostrando crepe profonde non solo tra cristiani filo-israeliani e leadership ecclesiastiche tradizionali, ma anche all’interno delle stesse Chiese che formalmente figurano come firmatarie del testo.

Il comunicato, volutamente vago nei nomi ma esplicito nei toni, condannava “attività recenti portate avanti da individui locali che promovono ideologie dannose”, indicando il Sionismo cristiano un elemento di disturbo e lasciando intendere che certi attivismi fossero incompatibili con un consenso religioso condiviso. Il riferimento, per molti, era chiaro. Ihab Shlayan, ex ufficiale dell’IDF, cristiano arabo israeliano e fondatore di Israeli Christian Voice, da mesi è una figura sempre più visibile nel dibattito pubblico, anche internazionale, per la sua difesa aperta dello Stato di Israele e per le sue critiche dirette alla gestione ecclesiastica delle comunità cristiane locali.

Shlayan sostiene che la dichiarazione non sia nata a Gerusalemme, almeno non nel senso pieno del termine. Secondo la sua ricostruzione, l’iniziativa sarebbe partita dal Patriarcato greco-ortodosso, sotto forti pressioni esterne provenienti dalla Giordania e dall’Autorità Palestinese, due attori che storicamente esercitano un’influenza significativa su parte delle istituzioni religiose di Gerusalemme Est. Una dinamica che, se confermata, ridimensionerebbe non poco l’idea di un pronunciamento corale e autonomo delle Chiese cristiane della città.

Il dato più rilevante, però, è emerso nei giorni successivi, quando si è capito che il sostegno al testo era tutt’altro che unanime. La Chiesa cattolica, attraverso il Patriarcato latino di Gerusalemme, ha preso le distanze in modo silenzioso ma inequivocabile. Nessuna pubblicazione del documento sui canali ufficiali, nessuna firma del patriarca Pierbattista Pizzaballa, nessuna difesa pubblica del contenuto. Un’assenza che pesa, soprattutto considerando che il Patriarcato latino in genere condivide senza esitazioni le dichiarazioni congiunte del forum dei capi delle Chiese.
Pizzaballa, figura rispettata sia nel mondo cristiano sia in quello ebraico israeliano, non è noto per prese di posizione ideologiche muscolari né per scontri pubblici intra-cristiani. La sua linea è quella della mediazione. Che il suo nome sia rimasto fuori dal documento non è un dettaglio tecnico, ma piuttosto un segnale politico ed ecclesiale preciso.

Secondo fonti interne, la dichiarazione sarebbe stata fatta circolare come bozza con una procedura informale, basata sul silenzio-assenso, proprio mentre Pizzaballa si trovava in Giordania. Un tempismo che ha sollevato più di un sospetto e che rafforza l’idea di un testo affrettato, forse spinto da urgenze che avevano poco a che fare con la cura pastorale e molto con gli equilibri di potere.

Nel frattempo, la lettera è stata rapidamente utilizzata da ambienti apertamente ostili a Israele come prova che il Sionismo cristiano sarebbe marginale o addirittura deviante rispetto al cristianesimo “autentico”. Una lettura che ignora sia la complessità del panorama cristiano locale sia il fatto che la stessa comunità cristiana israeliana è tutt’altro che monolitica.

Shlayan, che continua a definirsi senza esitazioni cristiano, israeliano e sionista, non risparmia critiche neppure allo Stato di Israele, accusato di non riconoscere pienamente i cristiani come minoranza distinta e di trascurarne esigenze culturali, educative e simboliche, anche all’interno delle forze armate. È una posizione scomoda, perché non rientra in nessuna categoria rassicurante: troppo israeliana per alcuni ambienti ecclesiastici, troppo critica per chi vorrebbe ridurre tutto a una contrapposizione binaria.

La vicenda della dichiarazione di gennaio mostra, in definitiva, che il vero scisma non passa tanto tra cristiani ebrei e musulmani, o tra Israele e Palestina, quanto dentro le istituzioni religiose stesse, divise tra una gestione verticistica e politicamente condizionata e una base sempre più insofferente verso un linguaggio che parla di teologia mentre ignora la vita concreta delle persone. In questo spazio di tensione, il Christian Zionism non è la causa del problema, ma uno dei sintomi più visibili.


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