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Sinistra e antisemitismo. Figli di Stalin e Breznev

Le radici della negazione della specificità dell’odio antiebraico a sinistra

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 5 min
Sinistra e antisemitismo. Figli di Stalin e Breznev

“Tutto in questo libro è verità”. Così esordisce il romanzo-documento Babij Jar dello scrittore sovietico Anatolij Kuznecov, pubblicato in (ottima) versione italiana pochi anni fa da Adelphi. Avevo comprato il libro – 454 pagine intense ma di facile lettura – appena uscito, nel 2019, prima che l’invasione russa dell’Ucraina riportasse il tema per breve tempo sotto i riflettori. Immaginatevi il mio stupore quando, pochi mesi più tardi, ne ho trovato su una bancarella di libri usati una precedente edizione (Paravia 1970). Il titolo era identico ma le pagine appena un terzo: 150, per la precisione.

Babij Jar è solo una delle numerosissime vittime della censura nell’età di Brežnev. La prima edizione italiana si basava su quella ufficiale sovietica del 1966, spaventosamente mutila e stravolta nel senso, anche se ne reintegrava alcune sezioni – autore e testo microfilmato erano nel frattempo riusciti a fuggire in Occidente. Come la prima edizione sovietica deturpata dai censori e stampata in milioni di copie senza l’assenso dell’autore, quella Paravia raccontava macchiettisticamente la vicenda della forra alla periferia di Kyiv, senza troppo insistere sull’eccidiodell’intera popolazione ebraica cittadina (circa 34.000 persone) da parte tedesca tra 29 e 30 settembre 1941, se non per mostrare la malvagità nazista, e dilungandosi invece su purezza ideologica ed efficienza bellica dell’Armata rossa liberatrice.

Come Vasilij Grossman (per quanto a livello letterario molto inferiore) Kuznecov confrontava nazismo e stalinismo rimarcando i tratti comuni, dedicava tante pagine al nonno che non ne può più di abusi, espropri e miseria sovietica e accoglie i tedeschi come liberatori, insisteva sui disastri militari dell’estate 1941, sul collaborazionismo, sulla diffusione locale dell’odio antiebraico, sull’eccidio a Babij Jar di decine di migliaia di ebrei in quanto ebrei e in seguito di molti altri, su singoli tedeschi che anch’essi, visti da vicino, sono persone ricche di sfumature, sulla disumanità della Gestapo a cui risponde quella della NKVD: tutte parti cadute sotto la mannaia della censura. Il disgelo e la denuncia dei crimini di Stalin, comunque parziali anche ai tempi di Chruščëv, erano ormai un capitolo chiuso.

Uno degli obiettivi principali e sistematici della censura è ridurre il discorso sull’odio e la violenza contro gli ebrei. Sembra un proponimento assurdo in un libro su Babij Jar, ma è anche questo a spiegare la riduzione a un terzo delle pagine dell’originale. Il risultato è un testo in cui rimane il crimine, cioè la descrizione del massacro, ma viene molto attenuata la motivazione che spinge gli assassini a compierlo.

Su questo, come su tante altre cose, c’è evidente continuità tra l’epoca di Stalin e quella di Brežnev. È il primo, infatti, a guerra non ancora finita a lanciare l’immagine della seconda guerra mondiale come “grande guerra patriottica” – che significa anche molto russa e poco sovietica – emarginando le componenti etniche minoritarie (inclusa la più grande, quella ucraina) e negando la specificità della Shoah. Per questa dottrina ogni vittima sovietica militare e civile è un generico patriota che morendo ha fatto il suo dovere, inclusa la Kyiv ebraica annientata in due giorni nel burrone di Babij Jar. L’esclusione dell’odio antiebraico da una specifica memoria si traduce nell’immediata espulsione dell’antisemitismo come problema politico e prepara il campo per il lancio dell’offensiva contro gli ebrei “cosmopoliti” che deflagrerà negli ultimi anni di Stalin e poi contro il sionismo, accusato negli anni di Brežnev contemporaneamente di nazionalismo e internazionalismo – metamorfosi delle due tradizionali accuse antisemite di particolarismo e cosmopolitismo, o se si preferisce di non volersi integrare e di integrarsi troppo.

Questa storia non è affatto chiusa: i suoi riverberi giungono fino a oggi, anche in Italia, e lo fanno a sinistra, luogo ideale in cui l’odio contro lo stato ebraico è sdoganato e spesso apertamente rivendicato. Per quanto possa sembrare incredibile, il cosiddetto “campo largo” si batte infatti contro il riconoscimento della specificità dell’antisemitismo. Alle parole seguono poi i fatti, come il voto in parlamento contro l’introduzione di uno strumento legislativo specifico di contenimento dell’ondata antiebraica (in una fase storica in cui non passa giorno, in Europa, senza violenze fisiche contro gli ebrei, nella maggior parte dei casi commesse da musulmani); ma anche la rumorosa partecipazione a cortei e flottille “per Gaza”, pazienza se coorganizzate e cofinanziate dagli emissari di Hamas e scandite dagli stessi slogan usati dai terroristi che hanno seminato la morte in Israele il 7 ottobre.

In Unione Sovietica l’asserita inesistenza dell’antisemitismo come problema specifico negli anni quaranta (cioè durante e subito dopo lo sterminio di due terzi degli ebrei europei) ha portato in breve all’antisemitismo di stato, la cui fase più violenta – deportazioni, processi farsa, fucilazioni – è stata fermata dalla morte di Stalin ma che è continuato nei successivi decenni con la discriminazione sistematica. Perché se l’antisemitismo non è un problema, allora non esiste, a prescindere da quello che succede. PD e alleati – sempre più filorussi, sempre più freddi quando non apertamente ostili all’integrazione politica e militare europea, indifferenti ai crimini del regime iraniano e non da ultimo attivi nella deumanizzazione di Israele – hanno imboccato decisamente la strada della negazione del problema antisemita. Fortunatamente oggi non sono al governo. Se mai un giorno lo saranno con questa piattaforma, è facile prevedere un peggioramento ulteriore della sicurezza degli ebrei italiani. Perché se l’antisemitismo non è un problema, Babij Jar o il 7 ottobre non sono nulla e possono essere tranquillamente replicate.


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