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Sfida sui social: «Non sono ebreo, sono sionista

Da Francia, Stati Uniti e altri Paesi si moltiplicano le dichiarazioni di sostegno a Israele. Un movimento spontaneo rivendica il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Sfida sui social: «Non sono ebreo, sono sionista

«Non sono ebreo. Sono francese. E sono sionista». Oppure «Sono ateo, sono olandese e sono sionista». Bastano poche parole, pubblicate sui social network, per sfidare uno dei tabù politici più radicati degli ultimi anni. Da diversi giorni, centinaia di persone che non appartengono al popolo ebraico stanno dichiarando pubblicamente la propria adesione al sionismo, rivendicando una parola che una parte crescente del dibattito politico internazionale ha trasformato in un’accusa.
Il fenomeno, segnalato dalla giornalista Guitel Benishay sul sito francese IsraJ, ha cominciato a diffondersi all’inizio di ottobre, acquistando particolare visibilità dal giorno 9, subito dopo il terzo anniversario del massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Nato su X, si è progressivamente esteso ad altre piattaforme, coinvolgendo utenti americani, britannici, irlandesi, canadesi e di numerosi altri Paesi.

La formula è sempre simile, con qualche variazione legata alla nazionalità, alla religione o alle convinzioni personali di chi la utilizza. Il significato, invece, rimane identico. Essere sionisti significa riconoscere al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nella propria terra storica e sostenere la legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele. Un principio che può essere condiviso indipendentemente dalle proprie origini e dalla propria fede religiosa.

L’aspetto più interessante dell’iniziativa riguarda proprio l’identità dei partecipanti. Per anni, soprattutto nei dibattiti più accesi sul conflitto israelo-palestinese, il sionismo è stato presentato come una questione esclusivamente ebraica, quasi fosse una forma di solidarietà etnica riservata agli appartenenti a una stessa comunità. Le dichiarazioni che circolano in questi giorni contestano apertamente questa interpretazione. Chi si definisce sionista senza essere ebreo afferma che il diritto di Israele a esistere riguarda anche i principi universali di libertà e autodeterminazione dei popoli.

La scelta delle parole assume un significato ancora più forte nel clima seguito al 7 ottobre. In molte manifestazioni, università e discussioni pubbliche, il termine «sionista» viene utilizzato come un insulto, talvolta come sinonimo di criminale o sostenitore di politiche oppressive. In certi ambienti, dichiararsi sionisti comporta il rischio di essere esclusi, contestati o sottoposti a campagne di ostilità.

Rivendicare pubblicamente quella definizione diventa quindi un gesto politico che rompe una convenzione sempre più diffusa. Ed è significativo che a compierlo siano persone che, per appartenenza religiosa o familiare, potrebbero facilmente considerare la questione estranea alla propria vita.

Naturalmente, il sostegno al sionismo non implica necessariamente l’approvazione delle decisioni di ogni governo israeliano. Il movimento sionista, nato nell’Ottocento e sviluppatosi attraverso correnti politiche e culturali differenti, ha sempre conosciuto al proprio interno contrasti profondi. Anche oggi è possibile sostenere il diritto all’esistenza di Israele e criticare duramente le scelte dei suoi dirigenti. La distinzione, spesso cancellata dalle polemiche, costituisce uno degli elementi fondamentali per comprendere il significato dell’iniziativa.

Il fenomeno richiama inoltre una tradizione storica frequentemente dimenticata. Il sionismo ha avuto sostenitori non ebrei fin dalle sue origini, in particolare in alcuni ambienti cristiani europei e americani. La solidarietà con il progetto nazionale ebraico ha attraversato epoche e culture differenti, assumendo motivazioni religiose, politiche e morali.

Oggi quella solidarietà trova nei social network una forma di espressione immediata, accessibile a chiunque voglia partecipare. Non esistono, almeno per ora, dati sufficienti per stabilire quanto il fenomeno sia esteso o se possa trasformarsi in un movimento organizzato. La sua visibilità, tuttavia, indica la presenza di persone disposte a esporsi pubblicamente su un tema diventato particolarmente divisivo.

In un periodo in cui molti ebrei della diaspora denunciano un crescente isolamento, queste dichiarazioni hanno anche un valore umano. Significano che la difesa del diritto all’esistenza di Israele può trovare alleati oltre i confini delle comunità ebraiche, persino in ambienti nei quali quel sostegno sembrava essersi indebolito.

La novità, forse, sta proprio nella semplicità di una frase pronunciata senza esitazioni. Chi scrive «Non sono ebreo, sono sionista» rivendica la libertà di sostenere Israele senza dover giustificare la propria identità. E ricorda che un principio universale, per essere davvero tale, deve poter essere difeso anche da chi non ne è direttamente beneficiario.