La Serbia continua a occupare una posizione singolare nel cuore dell’Europa sud-orientale, sospesa tra ambizioni di integrazione europea, legami storici con Mosca e una politica estera che fa dell’ambiguità controllata il proprio strumento principale. A Belgrado il potere resta fortemente concentrato nelle mani del presidente Aleksandar Vučić, figura centrale di un sistema che garantisce stabilità formale ma che solleva interrogativi crescenti sullo stato della democrazia, sul pluralismo mediatico e sulla reale autonomia delle istituzioni. Le elezioni continuano a svolgersi regolarmente, ma il clima politico è segnato da una polarizzazione profonda e da una percezione diffusa di asimmetria tra governo e opposizioni.
Sul piano interno, la Serbia mostra indicatori economici meno fragili rispetto ad altri Paesi balcanici, grazie a investimenti stranieri, a un settore manifatturiero in crescita e a una gestione attenta delle infrastrutture. Allo stesso tempo, la dipendenza energetica, le disuguaglianze territoriali e la fuga di giovani qualificati verso l’Europa occidentale restano problemi strutturali irrisolti. Il nazionalismo, mai davvero archiviato dopo gli anni Novanta, riemerge a ondate, spesso alimentato da una retorica che insiste sulla sovranità e sulla memoria storica come strumenti di coesione politica.
Il nodo più sensibile resta quello del Kosovo, che continua a definire gran parte dell’agenda estera serba. Belgrado non riconosce l’indipendenza di Pristina e mantiene una linea rigida, pur partecipando a negoziati mediati dall’Unione europea che avanzano a fatica. Questo contenzioso condiziona profondamente il percorso europeo della Serbia, ufficialmente candidata all’adesione ma sempre più distante nei fatti da Bruxelles, anche a causa di una politica estera che rifiuta l’allineamento automatico alle posizioni dell’Ue, in particolare sul dossier russo.
Nel contesto internazionale, la Serbia pratica un equilibrio sofisticato e rischioso. Mantiene relazioni strette con la Russia, fondate su affinità storiche, culturali ed energetiche, senza però rinunciare a un dialogo intenso con gli Stati Uniti e con la Cina, quest’ultima divenuta un partner economico e infrastrutturale di primo piano. Pechino investe, costruisce e presta, mentre Belgrado ricambia con un sostegno politico che si traduce in aperture strategiche difficilmente conciliabili con gli standard europei. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Serbia ha condannato la violenza ma ha evitato di aderire alle sanzioni contro Mosca, rafforzando l’immagine di un Paese che preferisce non scegliere apertamente, per non compromettere nessuno dei propri canali.
In questo quadro complesso si inserisce il rapporto con Israele, che rappresenta una delle relazioni più lineari e meno ideologizzate della politica estera serba. I legami diplomatici sono solidi, fondati su cooperazione economica, tecnologica e, in misura crescente, anche sulla sicurezza. La Serbia ha mostrato nel tempo una sensibilità particolare verso le questioni legate all’antisemitismo e alla memoria storica, anche in virtù di una storia nazionale segnata da occupazioni e persecuzioni. Le autorità serbe hanno mantenuto un atteggiamento generalmente favorevole a Israele nei consessi internazionali, evitando prese di posizione ostili e distinguendosi da una parte del contesto europeo più incline a letture ideologiche del conflitto mediorientale.
Questa vicinanza, tuttavia, non si traduce in allineamenti automatici. Belgrado continua a calibrare ogni scelta in funzione del proprio interesse nazionale, consapevole che una politica estera troppo sbilanciata rischierebbe di incrinare equilibri delicati, soprattutto sul fronte interno e regionale. Israele è visto come un partner affidabile, non come un simbolo da sventolare.
La Serbia di oggi resta quindi un Paese che procede per aggiustamenti successivi, senza strappi evidenti ma anche senza una direzione definitivamente chiarita. L’equilibrismo che la caratterizza le consente di muoversi tra potenze e alleanze diverse, ma al prezzo di una crescente diffidenza da parte europea e di una fragilità di fondo che potrebbe emergere con forza se il contesto internazionale dovesse ulteriormente irrigidirsi. In questo scenario, la capacità di Belgrado di continuare a tenere insieme interessi divergenti sarà messa alla prova come mai prima.
Il Punto. Serbia, l’equilibrismo come metodo

