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Se l’antisemitismo è un buon affare

Come il saccheggio dei beni ebraici e l’autoassoluzione collettiva hanno reso l’odio un affare rispettabile

Paolo Macry

Tempo di Lettura: 4 min
Se l’antisemitismo è un buon affare

È soprattutto dagli anni Novanta del secolo scorso che il genocidio degli ebrei europei viene analizzato dagli storici non solo come la macchina infernale decisa dai vertici politici del Terzo Reich e realizzata da quanti – nei campi di concentramento – premettero il grilletto, ma anche come un fenomeno cui parteciparono, a vario livello di coinvolgimento, grandi masse di uomini e donne, intere popolazioni. Gli “uomini comuni” di cui scrisse nel 1992 Christopher Browning. I “volonterosi carnefici di Hitler” che nel 1996 un altro storico, Daniel Goldhagen, portò all’attenzione degli studiosi e del pubblico. Il genocidio era stato opera anche dei cosiddetti “spettatori”, della gente qualunque, di chi coltivava da sempre il pregiudizio antisemita, di quanti approfittarono delle circostanze per sfogare antiche ostilità pubbliche o private. O da chi ebbe l’inusitata opportunità di qualche buon affare e lo concluse senza troppe remore morali.

A Vienna, la civilissima Vienna, la colta Vienna, nel marzo del 1938, nei giorni dell’Anschluss, un’intera città assistette e spesso prese parte attivamente alla feroce aggressione della numerosa comunità ebraica, all’incendio delle sue sinagoghe, alla devastazione dei suoi negozi, all’occupazione delle sue abitazioni. All’umiliazione di vecchi e donne costretti, nelle strade e nei parchi, a lavare i marciapiedi o a gridare slogan antisemiti di fronte a piccole folle compiaciute.

Un moto diffuso e spontaneo di odio ideologico, di pregiudizio etnico, ma anche di avidità materiale. Sì, perchè la cosiddetta “arianizzazione” altro non fu che il furto sistematico delle grandi e piccole proprietà degli ebrei: appartamenti, negozi, strumenti di lavoro, suppellettili domestiche, biancheria, abiti, pellicce, argenti, gioielli. Una espropriazione selvaggia.

Poi, alcuni mesi dopo, il 9 e 10 novembre di quello stesso 1938, fu ancora Vienna uno dei principali teatri della famigerata Kristallnacht, la Notte dei cristalli, un pogrom massiccio e cruento che, una volta di più, vide protagonisti non soltanto i corpi di polizia e i militanti del regime, ma anche e convintamente la gente comune. La quale tuttavia, nei decenni a venire, avrebbe assai spesso rifiutato ogni responsabilità nel Grande Delitto del XX secolo. E che ancora oggi, intervistata dal documentarista britannico Luke Holland1, racconta ma, al tempo stesso, giustifica quei tempi cruenti, quei crimini. Dicendo e non dicendo. Riconoscendo, ma al tempo stesso prendendo le distanze dall’abisso morale. Cammini tortuosi che però finiscono per spiegarci come concretamente potè (e possa) manifestarsi la malattia antisemita.

Un esempio, tra i tanti possibili, è il racconto che fa a Luke Holland nel 2013, quando ha 92 anni, Ruth Ob, tedesca, cattolica, figlia di un ingegnere. Ruth ricorda come, mentre stava preparando gli esami di maturità, fosse stata la madre a informarla della Kristallnacht. “Pensa cos’è successo”, le aveva detto, “hanno distrutto tutti i negozi ebrei!”. Ma subito, aggiunge oggi Ruth, sua nonna si era messa in movimento. “Lei era un’amica degli ebrei” e così, dopo il pogrom, si era recata in un quartiere di Berlino dove erano numerosi i negozi ebrei. “Andò a fare compere lì!”, racconta Ruth, scegliendo ciò che le serviva. “Bene, prendo questo! Manderò un trasportatore a ritirarlo”, aveva detto. Si trattava di mobili, come poi aveva annunciato trionfante la madre. “Adesso abbiamo una bellissima camera da letto in mogano. Perfetta!”, le aveva detto. E non solo, ricorda Ruth. “Qualche giorno dopo arrivò un elegante salotto: divani, cuscini, poltrone, uno scrittoio, librerie. Bellissimo. Splendidamente scolpito in rovere. Stava molto bene a casa nostra. I miei genitori avevano solo mobili del tempo della guerra. Si erano sposati nel 1918 e vivevano modestamente. Ora potevano finalmente permettersi qualcosa di meglio. Ora avevamo cose belle”.

“E il prezzo era ottimo”, ammette Ruth, non nascondendo l’eccezionalità della situazione. “Tutto proveniva dagli ebrei”, ricorda. “Erano i loro beni privati. Volevano andare in America in nave e dovevano pagarsi il viaggio. Avevano bisogno di soldi per lasciare la Germania e così vendevano i loro mobili”. E tuttavia, di fronte a Holland che le fa domande sempre più imbarazzanti, la vecchia Ruth non demorde.

Risponde chiudendosi a riccio, assolvendo i suoi familiari e, anzi, attribuendo loro un improbabile ruolo di benefattori. “I miei genitori comprarono quei mobili perché gli ebrei avevano bisogno di denaro per lasciare la Germania”, spiega. “Provavano simpatia per gli ebrei. Cercarono di aiutarli il più possibile. In un certo senso, fu per una buona causa, per aiutare gli ebrei”. Ma fu anche perché il prezzo era molto conveniente, chiosa Holland. “Be’, era per entrambe le cose”, risponde a denti stretti Ruth. “Se non ci fosse stata l’occasione, i miei genitori non avrebbero comprato mobili nuovi, ma poiché ne ebbero la possibilità, furono felici di poter aiutare gli ebrei”. E infine, tradendo un qualche fastidio: “Pensala come vuoi”.


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