A leggere le analisi pubblicate in questi giorni dai principali quotidiani italiani e diffuse sui vari social si ha la netta sensazione che l’auspicio generale sia la resa di Trump, la fine della guerra e il ritorno allo status quo ante.
Emerge una malcelata voglia di vedere Trump costretto a uscire sconfitto da questo conflitto, il desiderio di eliminare il rischio di recessione economica conseguente a una possibile crisi energetica e di riportare la situazione in Medio Oriente all’«equilibrio» precedente l’attacco iniziato il 28 febbraio.
Insomma, Trump ha sbagliato a fare questa guerra, è stato manipolato da Netanyahu e ha bombardato in Iran senza aver calcolato la capacità di resistenza del regime di Teheran. Il prolungarsi del conflitto, il sempre maggiore malumore nella sua base sociale e le sirene che lo attraggono con ricche opportunità di business lo hanno portato a cedere e ad avviare un negoziato che ha come obiettivo la riapertura, in qualche modo, del canale di Hormuz per garantire la ripresa del traffico di petrolio e gas.
Lo scenario agognato per certi commentatori e per i pacifisti moralmente superiori, quelli che dicono che nessun interesse può valere la vita e la sofferenza dei più deboli, è la resa di Trump, la fine del conflitto e la sopravvivenza del regime degli ayatollah.
D’altro canto, sono gli stessi giornali, commentatori e pacifisti che non hanno dedicato neppure una riga ai 35.000 iraniani trucidati dal regime in 48 ore e che invece accusano di genocidio Israele dal 7 ottobre 2023.
È molto probabile che il loro desiderio, nascosto nel sottotesto delle loro analisi e delle loro dichiarazioni, si realizzi. È certo che ad Islamabad si negozierà sulla base del decalogo delle richieste del regime, che si discuterà se e come congelare la minaccia nucleare e se e come riaprire Hormuz. È probabile che, se il cessate il fuoco si tradurrà in una duratura fine del conflitto, il risultato per Trump sarà molto povero: dopo le roboanti minacce di distruggere il regime e l’invito agli iraniani di scendere in piazza perché sarebbe arrivato lui a difenderli, un accordo ambiguo sulla minaccia nucleare e sul petrolio sarebbe una netta sconfitta politica, dopo un incredibile pareggio militare.
Ma tutti in Europa sarebbero soddisfatti: Trump umiliato e ridimensionato, e il prezzo della benzina sceso.
A seguire queste analisi, queste dichiarazioni, le condanne e le minacce a Israele (che non sono mai state rivolte a chi lancia i missili contro Israele, a chi trucida cristiani in Africa, a chi assalta le sinagoghe in Europa, a chi massacra i poveri iraniani) si ha ormai la netta sensazione che l’esistenza di Israele non interessi più a nessuno; anzi, ormai è diffuso nel retropensiero di analisti e leader europei che, se Israele si togliesse di mezzo, sarebbe un gran sollievo per tutti. «La guerra finisce solo se e quando Gerusalemme smette di farla», scrive Stefano Stefanini sulla Stampa del 10 aprile.
Conosciamo il radicato e violento antisemitismo sviluppato in Europa e negli USA dopo il 7 ottobre, conosciamo l’odio verso Israele che da vittima è diventato carnefice, abbiamo sentito gli slogan che celano l’antisemitismo dietro il drastico e sbandierato antisionismo (ovvero il sopruso di Israele ad occupare la Palestina) e conosciamo come tutto questo fiume di odio abbia avuto ampio consenso politico e culturale e come, nella migliore delle ipotesi, sia stato oggetto di timidi e anche contestati rimproveri. Conosciamo il diffuso odio antiamericano, che nasce negli anni ’60 con la medesima intensità nella sinistra comunista e nella destra nostalgica del fascismo.
E allora c’è poco da meravigliarsi se oggi sia diffuso nelle nostre élite l’auspicio che Israele sia sconfitto e che prevalga l’ostinato, sanguinario, indomito rifiuto arabo.
Se Israele si togliesse di mezzo…