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⌥ Scusarsi di non essere sionisti

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Una donna muore. Si tratta di Dana Eden, produttrice di “Tehran”, trovata senza vita ad Atene mentre lavorava alla nuova stagione della serie. Un collega, l’attore inglese Hugh Laurie la ricorda con parole semplici: era brillante, divertente, una leader straordinaria. Fine. Dovrebbe finire lì.Invece no. Perché era israeliana. Perché quella serie racconta un’agente del Mossad a Teheran. E allora il lutto diventa un processo politico.

Hugh Laurie viene sommerso da accuse: “propagandista sionista”, “braccio dell’occupazione”. E cosa succede? Succede che si sente in dovere di precisare di non essere sionista. Di non essere né pro né contro. Come se dovesse esibire un certificato di purezza per poter piangere un’amica.

È qui che si misura l’abisso.

Siamo in un clima in cui “sionista” è diventato un marchio d’infamia. Non indica più chi sostiene l’esistenza dello Stato ebraico, ma una categoria morale da cui prendere le distanze. Devi dissociarti, dichiararti innocente, spiegare che non appartieni a quella tribù maledetta.Davvero non ci ricorda nulla?

Il punto non è Laurie ma semmai il sistema culturale che rende normale tutto questo. Oggi ti chiedono di chiarire che non sei sionista per poter esprimere cordoglio. Domani ti chiederanno di chiarire che non hai amici israeliani. È la stessa logica di sempre: prima si demonizza una parola, poi chi la porta addosso.Se siamo arrivati al punto in cui il dolore deve passare per un’abiura preventiva, allora il problema non è certo un tweet ma l’aria che respiriamo. E quell’aria è avvelenata.


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