C’è una convinzione rassicurante, molto occidentale e molto snob, secondo cui la cultura, l’intelligenza, la raffinatezza intellettuale costituirebbero una specie di vaccino etico. Studi, leggi, scrivi bene, frequenti i classici, maneggi concetti complessi: dunque sei salvo. Non puoi scivolare nelle vecchie ossessioni, nei pregiudizi rozzi, nelle semplificazioni che attribuiamo sempre agli altri, ai meno colti, ai più “ignoranti”. È una favola comoda. Ed è falsa.
Il caso di Antonio Scurati lo dimostra con una chiarezza quasi didattica. Nessuno mette in discussione il suo talento narrativo, la sua capacità di costruire libri potenti, né il suo ruolo nel dibattito pubblico italiano. Proprio per questo colpisce, e non poco, vederlo scivolare dentro un antigiudaismo colto, elegante, perfettamente presentabile. Un antigiudaismo che non urla, non sbava, non si dichiara mai per quello che è, ma allude, suggerisce, incornicia. E proprio per questo è più pericoloso.
Non siamo davanti alla solita caricatura dell’odio triviale. Qui il bersaglio non è l’ebreo dei pamphlet ottocenteschi o delle invettive da bar sport, ma un ebraismo trasformato in categoria morale negativa, in principio astratto, in colpa originaria. È l’ebreo come idea, come funzione simbolica del male, come ingombro della storia. Un’operazione antica, rinnovata con lessico sofisticato e toni misurati. La versione aggiornata dell’“experimentum” di cui parlavano i teologi medievali: gli ebrei come corpo estraneo necessario, da tollerare solo finché servono a confermare una tesi.
Il punto, però, non è Scurati in sé. Il punto è ciò che il suo scivolamento rivela. La cultura non salva. L’intelligenza non immunizza. Anzi, spesso fornisce strumenti migliori per razionalizzare l’ostilità, per darle una forma elegante, per mascherarla da critica alta, da indignazione morale, da analisi storica. L’antisemitismo non ha mai avuto problemi a frequentare biblioteche, università, salotti colti. Non è una malattia dell’ignoranza, ma una tentazione della mente.
Per questo il caso Scurati va guardato senza indulgenze e senza isterie. Non per scomunicarlo, ma per smontare l’alibi più persistente: quello secondo cui basta essere “dalla parte giusta della cultura” per essere automaticamente dalla parte giusta della storia. Non è così. Non lo è mai stato. E continuare a fingere il contrario significa preparare il terreno alla prossima, rispettabilissima, deriva.
Scurati e l’illusione dell’immunità morale
Scurati e l’illusione dell’immunità morale
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