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⌥ Scudi umani, indignazioni a intermittenza

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Alcune immagini dovrebbero bastare da sole a togliere il fiato: civili chiamati a circondare centrali elettriche e ponti, catene umane trasformate in barriera contro le bombe, un regime che mette letteralmente i propri cittadini davanti agli obiettivi per guadagnare qualche ora, qualche giorno, forse qualche titolo. È tutto lì, nero su bianco, e per di più raccontato senza ambiguità. Dovrebbe succedere la fine del mondo. E invece? E invece un beneamato accidente. Niente. Niente di niente.

Qui non si discute l’orrore in sé, che è conclamato e ripugnante. Qui si discute della mancata reazione. Quelle stesse parole — scudi umani — che in altri contesti incendiano editoriali, talk show e piazze, qui scivolano via come un dettaglio. Nessuna mobilitazione morale, nessuna ossessione mediatica, nessun riflesso automatico. Quel che rimane è un brusio breve e distratto.

Una domanda diventa inevitabile: c’è qualche anima bella che è capace di spiegarci da cosa dipenda l’indignazione? Dalla gravità dei fatti o dall’identità di chi li compie? Perché quando il crimine è limpido ma il colpevole è “scomodo”, il linguaggio si fa prudente, le parole si smussano e la tensione cala aprendo le porte a quella zona grigia in cui tutto viene spiegato, contestualizzato e diluito.

Il risultato è un cortocircuito morale che non ha bisogno di proclami, perché si vede nei vuoti, nei silenzi, nelle priorità. Non serve negare, basta non guardare troppo. Non serve giustificare, basta non insistere. E così anche l’uso dei civili come scudi — uno degli atti più cinici che esistano — diventa una notizia tra le altre.

A quel punto credo che si possa dire che il problema non è più solo chi usa quegli scudi ma chi decide, consapevolmente o no, che non vale la pena indignarsi davvero.


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