Un gioco per bambini nel quale bisogna impedire agli «Zios» di impadronirsi della moschea di Al-Aqsa è finito all’esame della polizia scozzese e del Comune di Edimburgo. Al centro del caso c’è Sara El-Awaisi, insegnante di scuola primaria nella capitale scozzese, cofondatrice di Educators for Peace e fondatrice di Aqsa for Kids.
Il video, pubblicato su Instagram il 15 settembre e girato, secondo il Sunday Times, durante una conferenza in Indonesia nel luglio scorso, mostra El-Awaisi insieme a un’altra donna mentre dimostra un gioco di mani. Il pollice rappresenta la moschea, mentre le dita dell’altra mano impersonano gli «Zios», abbreviazione dispregiativa di «Zionists» utilizzata anche in ambienti antisemiti come termine sostitutivo di «ebrei». Lo scopo è proteggere la propria Al-Aqsa tentando contemporaneamente di «prendere» quella dell’avversario.
Nel filmato viene pronunciato l’invito a non lasciare che gli «Zios» si impadroniscano della moschea. El-Awaisi non pronuncia quella frase, ma, quando il termine viene utilizzato, commenta «non ci piacciono» e alla fine approva il gioco, chiedendo se possano farlo anche bambini e bambine.
Police Scotland ha confermato di aver ricevuto una segnalazione e che il contenuto del video è «attualmente in fase di valutazione». Al momento, dunque, non risulta aperta un’indagine penale. Anche il City of Edinburgh Council ha avviato accertamenti, senza precisare se siano stati adottati provvedimenti nei confronti dell’insegnante.
La segnalazione è stata presentata con l’assistenza di UK Lawyers for Israel, organizzazione britannica impegnata sul terreno legale contro l’antisemitismo e la delegittimazione di Israele. Secondo UKLFI, il filmato deve essere valutato insieme ad altri materiali riconducibili alle attività di El-Awaisi. L’organizzazione cita incontri nei quali bambini sarebbero stati incoraggiati a considerare la «liberazione» di Al-Aqsa una responsabilità personale e una presentazione del gennaio 2026 nella quale l’insegnante invitava a coltivare il legame con la moschea nei «cuori e nelle menti» dei bambini fin dalla giovane età.
El-Awaisi è anche cofondatrice di Educators for Peace, associazione nata nel 2025 e composta da insegnanti e docenti attivi nelle scuole e nelle università scozzesi. Il gruppo dichiara di voler promuovere un’educazione fondata sulla pace, la giustizia sociale e i diritti umani e sostiene che gli insegnanti debbano affrontare nelle classi anche il conflitto israelo-palestinese. Sul proprio sito afferma di voler superare quella che considera una confusione tra imparzialità e neutralità nell’insegnamento delle questioni controverse.
Ed è proprio qui che il caso assume una dimensione più ampia. Le linee guida di Education Scotland ricordano che, quando si affrontano guerra e conflitti, le informazioni fornite agli studenti devono essere adeguate all’età e consentire loro di esplorare questioni complesse arrivando alle proprie conclusioni.
Il problema posto dal filmato va quindi oltre una parola offensiva. Quando un conflitto politico viene trasformato in un gioco nel quale un gruppo identificato collettivamente come «gli Zios» assume il ruolo del nemico da respingere, il confine tra educazione e mobilitazione ideologica diventa molto sottile. Ancora di più quando a giocare sono bambini.
Il caso è arrivato anche al Parlamento scozzese, dove Thomas Kerr, esponente di Reform UK, ha sollevato la questione con la ministra dell’Istruzione Màiri McAllan. Il Jewish Council of Scotland ha chiesto un’indagine urgente delle autorità scolastiche, sostenendo che insegnare ai bambini a considerare gli «Zios» un nemico normalizzi un insulto antisemita e introduca il pregiudizio attraverso il gioco.
Spetterà ora alle autorità stabilire se siano state violate norme professionali o leggi. Resta intanto un interrogativo che riguarda direttamente la scuola: fino a che punto un educatore può portare la propria militanza politica nel mondo dei bambini prima che l’educazione smetta di essere educazione?

