Una rivista scientifica tra le più citate al mondo, un funzionario di primo piano dell’amministrazione di Hamas a Gaza e un articolo che parla di “genocidio in corso” senza segnalare alcun conflitto di interesse. La miscela era destinata a esplodere, e infatti è esplosa nel giro di pochi giorni, costringendo la Public Library of Science ad annunciare un’indagine interna sulle modalità con cui lo studio è stato accettato e pubblicato su PLOS One.
Il nome che ha acceso la polemica è quello del dottor Yousef Abu Rish, direttore generale del Ministero della Salute di Hamas nella Striscia, indicato da Israele tra i dirigenti più ricercati dell’organizzazione. Abu Rish figura come coautore di un lavoro firmato insieme a ricercatori dell’Università di Newcastle e dell’Ospedale universitario della Norvegia settentrionale di Tromsø. Lo studio, basato su interviste a équipe mediche attive tra il 2018 e il 2021, analizza la capacità di risposta del sistema sanitario di Gaza in scenari di vittime di massa e descrive la situazione attuale come una distruzione sistemica che gli autori qualificano come genocidio.
La questione che ha sollevato le critiche non riguarda soltanto il contenuto, ma la cornice etica. Nel testo pubblicato, gli autori dichiarano formalmente di non avere conflitti di interesse, nonostante la posizione apicale di Abu Rish all’interno di un governo controllato da un’organizzazione inserita nelle liste terroristiche di Stati Uniti e Unione europea, e nonostante il finanziamento proveniente dalla UK Research and Innovation, ente pubblico britannico. Per molti osservatori il punto non è stabilire se il sistema sanitario di Gaza soffra o meno di carenze gravi, dato difficilmente contestabile, bensì capire se un dirigente politico coinvolto in un conflitto armato possa presentarsi come ricercatore neutrale senza che ciò venga almeno esplicitato come potenziale elemento di condizionamento.
L’American Jewish Medical Association ha parlato apertamente di slittamento dalla ricerca alla propaganda, sostenendo che l’industria editoriale accademica stia progressivamente perdendo il controllo dei propri standard di verifica. La presidente dell’associazione, la dottoressa Yael Hellas, ha denunciato l’assenza di riferimenti alla militarizzazione delle strutture sanitarie da parte di Hamas, un tema documentato da fonti israeliane e oggetto di controversie internazionali sin dall’inizio della guerra. Anche CAMERA, organizzazione che monitora l’informazione sul Medio Oriente, ha interpretato la pubblicazione come parte di una più ampia tendenza a legittimare nei circuiti accademici letture fortemente sbilanciate del conflitto.
PLOS One, fondata nel 2006 secondo il modello open access, non è nuova a controversie. In passato ha dovuto gestire casi imbarazzanti, come uno studio che attribuiva la complessità della mano umana a un “Creatore”, poi ricondotto a un errore di traduzione, o la pubblicazione su quella che veniva definita “disforia di genere a insorgenza rapida”, oggetto di severe contestazioni metodologiche. Ogni volta la rivista ha rivendicato l’adesione ai protocolli internazionali di revisione paritaria, pur ammettendo la necessità di rettifiche o chiarimenti.
Nel caso attuale, la domanda centrale riguarda il confine tra libertà accademica e responsabilità editoriale. Le riviste scientifiche non sono tribunali politici, tuttavia operano in un ecosistema in cui credibilità e trasparenza rappresentano il capitale più prezioso. Quando un autore ricopre un ruolo di governo in un contesto di guerra, l’obbligo di chiarire le possibili interferenze non appare come un dettaglio formale, bensì come una garanzia minima verso lettori e comunità scientifica. L’indagine annunciata da PLOS dirà se le procedure siano state rispettate o se vi siano state omissioni, ma il danno reputazionale si è già materializzato e alimenta una discussione più ampia sulla permeabilità del mondo accademico alle tensioni geopolitiche.
La vicenda mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra ricerca e militanza quando il conflitto entra nei laboratori e nei comitati editoriali. Difendere la libertà della scienza significa anche pretendere che chi scrive lo faccia a carte scoperte, perché la trasparenza resta l’unico antidoto credibile al sospetto che le riviste diventino cassa di risonanza di agende politiche.
Scienza o propaganda? Il caso PLOS e l’ombra di Hamas
