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Samoa, Gerusalemme e una scelta che pesa più della distanza

Perché un piccolo Stato del Pacifico ha deciso di aprire un’ambasciata nella capitale israeliana.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Samoa, Gerusalemme e una scelta che pesa più della distanza

Samoa è un arcipelago del Pacifico meridionale che, visto da lontano, sembra vivere fuori dalle grandi fratture della politica internazionale. Poco più di duecentomila abitanti, un’indipendenza conquistata nel 1962 dopo decenni di amministrazione coloniale, una vita politica relativamente stabile e un ruolo marginale nei giochi di potenza globali. Eppure, proprio da questo Paese è arrivata una decisione destinata a far discutere ben oltre l’oceano: l’apertura di un’ambasciata a Gerusalemme nel 2026.
La notizia non è soltanto diplomatica. Gerusalemme resta uno dei nodi più sensibili della politica internazionale e ogni scelta che la riguarda viene letta come una presa di posizione netta. Per questo l’annuncio del primo ministro samoano La’auli La’utaa Schmidt ha attirato attenzione e critiche, ma anche un’accoglienza calorosa da parte israeliana. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si è congratulato con il capo del governo di Samoa e lo ha invitato a visitare Israele, mentre funzionari del ministero degli Esteri samoano sono stati a loro volta invitati a Gerusalemme per preparare concretamente l’apertura della sede diplomatica.
Per capire questa scelta bisogna guardare alla storia recente dei rapporti tra i due Paesi. Samoa non è nuova a un atteggiamento di sostegno verso Israele nelle sedi internazionali, comprese le Nazioni Unite, dove spesso ha mantenuto un profilo coerente e poco oscillante. Negli anni, Israele ha sviluppato nell’arcipelago una cooperazione tecnica attraverso MASHAV, l’agenzia di assistenza internazionale del ministero degli Esteri, con programmi di formazione e supporto nel settore energetico e in altri ambiti strategici per un piccolo Stato insulare. Nel 2023 i due Paesi hanno anche ratificato un accordo di esenzione reciproca dai visti, un segnale di relazioni ormai strutturate e non episodiche.
L’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme si inserisce inoltre in una tendenza che riguarda altri Stati del Pacifico. Dopo la Papua Nuova Guinea nel 2023 e le Figi nel 2025, Samoa diventerà il terzo Paese insulare della regione a stabilire una rappresentanza diplomatica nella capitale israeliana. Una sequenza che segnala come, in quest’area del mondo, il tema non venga letto attraverso le stesse lenti ideologiche dominanti in Europa o in parte dell’Occidente, ma piuttosto come una scelta di alleanze pragmatiche, basate su cooperazione, visibilità internazionale e accesso a partenariati tecnologici.
Questo non significa che la decisione sia indolore sul piano interno. Alcune voci critiche si sono fatte sentire, soprattutto nella diaspora. L’attivista samoana Kenti Masinalupa, residente in Australia, ha parlato di una scelta “scioccante”, evocando la storia coloniale del Paese e la lotta per l’indipendenza come elementi che renderebbero problematico schierarsi su un dossier così divisivo. È una critica che riflette un disagio reale, ma che non sembra aver scalfito la determinazione del governo.
Per il primo ministro Schmidt, la mossa appare coerente con una linea di politica estera che punta a rafforzare il profilo internazionale di Samoa, anche attraverso decisioni simbolicamente forti. In un sistema globale in cui i piccoli Stati rischiano spesso l’invisibilità, scegliere Gerusalemme significa affermare un’autonomia di giudizio e sottrarsi al riflesso automatico di allineamenti imposti.
Israele, dal canto suo, legge l’annuncio come una conferma di relazioni solide e come un segnale politico che va oltre le dimensioni del Paese coinvolto. Ogni nuova ambasciata a Gerusalemme contribuisce a spostare, anche di poco, l’equilibrio di una questione che da decenni resta congelata nelle formule diplomatiche. Che questa spinta arrivi dal Pacifico, lontano dalle linee di frattura mediorientali, è un dettaglio solo in apparenza marginale. Proprio la distanza geografica rende la scelta di Samoa più difficile da liquidare come un gesto tattico. È una decisione ponderata, che racconta come la geografia della diplomazia stia cambiando, spesso partendo dai suoi margini.


Samoa, Gerusalemme e una scelta che pesa più della distanza
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