La frontiera orientale dell’Unione europea si conferma un laboratorio della cosiddetta guerra ibrida, dove pressione migratoria, operazioni coperte e destabilizzazione politica si intrecciano in un quadro che va ben oltre il semplice controllo dei confini. L’ultimo rapporto rilanciato dal Daily Telegraph racconta di quattro tunnel individuati nel 2025 lungo il confine tra Bielorussia e Polonia, strutture sotterranee progettate per consentire l’ingresso clandestino di migranti provenienti soprattutto da Afghanistan e Pakistan.
Uno di questi passaggi, scoperto a metà dicembre nei pressi del villaggio di Narbka, misurava circa sessanta metri di lunghezza e un metro e mezzo di altezza; l’ingresso era nascosto in una zona boschiva sul lato bielorusso, mentre l’uscita sbucava una decina di metri all’interno del territorio polacco. Secondo la Guardia di frontiera di Varsavia, attraverso quel corridoio sarebbero transitati almeno 180 migranti, molti dei quali fermati immediatamente dopo l’emersione. Le immagini diffuse mostrano pareti rinforzate con supporti in cemento, dettaglio che ha alimentato l’ipotesi di un intervento tecnico di alto livello.
Funzionari polacchi citati dalla stampa britannica parlano di “esperti mediorientali” coinvolti nella progettazione, richiamando le competenze maturate da gruppi come Hamas o Hezbollah nella costruzione di tunnel a Gaza e nel Libano meridionale. Alcuni analisti militari interpellati dal Telegraph hanno definito plausibile il contributo di organizzazioni sostenute dall’Iran, mentre altri hanno menzionato anche milizie curde o cellule jihadiste. Non esistono, allo stato, prove pubbliche che colleghino direttamente queste entità ai cantieri sotterranei lungo il confine polacco, ma il sospetto si inserisce in una cornice più ampia di cooperazione tra Mosca e attori mediorientali in funzione antioccidentale.
La Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, alleata stretta del Cremlino e sottoposta a sanzioni europee dopo la repressione del 2020 e il sostegno logistico all’invasione russa dell’Ucraina, è già stata accusata in passato di utilizzare i flussi migratori come leva politica. Nel 2021 migliaia di persone furono spinte verso le barriere polacche e lituane, in un’operazione che Bruxelles definì apertamente strumentalizzazione dei migranti. Varsavia rispose erigendo una recinzione lunga duecento chilometri, dotata di sistemi di sorveglianza avanzati, ma la scoperta dei tunnel dimostra che la pressione si è adattata ai nuovi ostacoli.
Secondo le autorità polacche, questa strategia rientra in una più ampia campagna di destabilizzazione che comprende attacchi informatici, sabotaggi e campagne di disinformazione. La definizione di guerra ibrida, ormai entrata nel lessico politico europeo, indica proprio l’uso combinato di strumenti non convenzionali per logorare la coesione interna dell’avversario. In questo scenario, l’eventuale coinvolgimento di gruppi mediorientali dotati di esperienza ingegneristica rafforzerebbe l’idea di una convergenza operativa tra teatri lontani ma politicamente connessi.
Resta aperta la questione delle prove e delle responsabilità. Il governo di Minsk respinge le accuse, mentre Mosca liquida le ricostruzioni come propaganda occidentale. Intanto, sul terreno, la Polonia continua a rafforzare la vigilanza e a coordinarsi con Frontex e con gli alleati della Nato, consapevole che il confine orientale non rappresenta soltanto una linea geografica ma un punto sensibile nella competizione strategica con la Russia. I tunnel scoperti sotto la foresta non sono soltanto opere di ingegneria clandestina, bensì il segnale di un conflitto che si combatte lontano dai fronti tradizionali e che mira a sfruttare le fragilità interne dell’Europa.
Russia e Occidente. Tunnel e guerra ibrida
