Chi si aspettava le solite frasi calibrate, le formule diplomatiche levigate come porcellana bavarese, è rimasto deluso. Il discorso di Marco Rubio a Monaco non è stato educato. È stato un discorso ampio e politico. Nel senso pieno e scomodo del termine. Non un compitino multilaterale, non un esercizio di equilibrismo verbale, ma un’argomentazione frontale, coerente, martellante.
Si può non amare Trump. Io stesso non sono tra gli entusiasti delle sue uscite più scomposte e non mi infilo al suo piede come un calzino. Ma qui il punto non è il tifo. Il punto è che Rubio ha parlato come parlano gli statisti quando decidono di non nascondersi dietro le parole addomesticate. Ha detto che l’Occidente non è un concetto neutro, non è un protocollo amministrativo e – badate bene – non è una piattaforma di scambio commerciale. L’Occidente è una civiltà. E una civiltà o si difende oppure si consuma.
Gli avversari di Trump, quasi certamente, si affretteranno a elencare una per una le frasi incriminate. Le bombe, l’Onu impotente, l’immigrazione di massa, il culto del clima e continueranno a far finta di non cogliere la linea di fondo. Diranno che è rozzo, che è divisivo, che è muscolare. La sostanza, signorine e signorini, è un’altra: Rubio ha spostato il baricentro della discussione dalla gestione del declino alla possibilità del rilancio. E questo, in Europa, spaventa più di qualsiasi accenno ai B-2.
Per trent’anni abbiamo coltivato l’illusione che la Storia fosse finita, che il mercato avrebbe sostituito la politica, che la sovranità fosse un residuo del passato. Abbiamo delocalizzato industria, delegato sicurezza, trasformato il senso di appartenenza in un imbarazzo culturale e ora il segretario di Stato americano ci viene a dire che abbiamo detto delle colossali fesserie. E non lo ha detto sottovoce.
La domanda che ha posto — che cosa stiamo difendendo? — è brutale perché obbliga a una risposta. Se non difendiamo un popolo, una cultura, una forma di vita, allora cosa diavolo difendiamo? Un regolamento? Un algoritmo? Una conferenza permanente? Un bell’appartamento? Una cena tra amici? Dai, avanti, diteci cosa diamine stiamo difendendo, ammesso che stiamo difendendo qualcosa di serio e non le sciocche vanità e la criminale inconsistenza che ci avvolge.
Ed è qui che la questione diventa europea. Giorgia Meloni (già sento i sorrisetti), ovvero la “fascistella della Garbatella”, la sopravvissuta che si barcamena tra Berlino e Parigi, aveva detto una cosa semplice: il patto di civiltà tra Stati Uniti ed Europa non è archiviabile e non è una parentesi della Guerra fredda né tanto meno un capitolo chiuso.
A Monaco, Rubio ha detto la stessa cosa con meno cautela e più potenza. Ha ricordato che le due guerre mondiali non sono un reperto museale e che l’Europa, quando si indebolisce, non cade da sola ma trascina con sé l’America. E viceversa.
Si può discutere ogni singola affermazione del discorso. È legittimo e, se volete, persino doveroso. Ma liquidarlo come propaganda sarebbe un errore di prospettiva. È un atto politico che rimette al centro la parola “Occidente” senza vergogna e senza complessi. E in un continente che sembra oscillare tra senso di colpa e rassegnazione, questa è una rottura.
Non so se questo produrrà un nuovo secolo occidentale. So però che, per una volta, non abbiamo assistito a un rituale diplomatico anestetizzato. Abbiamo ascoltato un messaggio che divide, che irrita, che costringe a scegliere.La vera domanda non è se Rubio sia stato troppo duro. La vera domanda è se l’Europa abbia ancora la forza di rispondere.
Rubio a Monaco, non un discorso educato ma politico

