C’è un video che gira, ed è uno di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni creative: un giovane poliziotto, Alessandro Calista, a terra, accerchiato e colpito a bastonate durante una manifestazione a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna. Non uno scontro, non una carica, non il solito balletto di responsabilità incrociate ma l’aggressione di una squadraccia fascista. A dirlo, una volta tanto senza balbettii né perifrasi, è Stefano Esposito, ex senatore Pd, che ha rilanciato il video e messo le parole a cui di solito la sinistra mette il silenziatore: «Per poco non c’è scappato il morto, è inaccettabile che ci sia qualcuno a sinistra che continua a dare copertura politica a questi delinquenti». Parole chiare, finalmente. E infatti stonano. Perché rompono una consuetudine.
Qui non siamo davanti a ragazzate, e nemmeno a eccessi di entusiasmo militante. Siamo davanti a fascistelli rossi, teppaglia ideologizzata, antisemita, convinta di avere una patente morale che le consente di mettere a ferro e fuoco una città e di massacrare un servitore dello Stato. Convinta, soprattutto, di essere coperta. O quanto meno tollerata. O compiaciuta. Scegliete voi il verbo che vi fa dormire meglio.
Ora Giuseppe Conte si mette in posa da severo dissenziente e Elly Schlein scuote il capino e fissa il vuoto come ormai fa mesi e mesi: no no no, questo non si fa, mascalzoncelli. Peccato che non sia un incidente ma un risultato. Il risultato, cioè, di tante parole dette male e di molte altre non dette affatto, di ammiccamenti, di indulgenze, di bandiere sventolate con entusiasmo e di altre bruciate con fastidio selettivo.
Complimenti davvero. Poi però non stupitevi se qualcuno, a sinistra, ogni tanto trova ancora il coraggio di chiamare le cose col loro nome. Anche quando fa male.
Rompere il silenzio
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