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⌥ Riunioni di condominio

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Mini intesa nel Pd sull’antisemitismo. Così titolano, seri, i giornali. Mini. Intesa. Come se stessimo parlando di una riunione di condominio per decidere il colore dell’androne e non di un fenomeno che da mesi si manifesta nelle piazze, nelle università, nei social, nelle parole che scivolano con troppa facilità verso l’odio più antico.

Chiamarlo dibattito è già un atto di generosità. Perché un dibattito presuppone idee, culture politiche, una grammatica condivisa. Qui invece c’è un agitarsi imbarazzato, un continuo prendere tempo, un cercare di non scegliere mentre tutto attorno chiede una scelta netta. È il movimento scomposto di chi sa che dovrebbe decidere e invece preferirebbe restare nel limbo delle formule ambigue, quelle che suonano bene in assemblea ma non significano nulla fuori.

Il risultato è insieme ridicolo e triste. Ridicolo perché si discute di antisemitismo come se fosse una questione accessoria, un fastidio da gestire senza disturbare troppo gli equilibri interni. Triste perché si vede, con una chiarezza quasi crudele, l’impoverimento di una forza politica che un tempo aveva strumenti culturali, riferimenti solidi, una tradizione con cui fare i conti. Oggi sembra denutrita, agonizzante, sospesa tra rancori identitari e paure elettorali.

Ci sono, va detto, figure che provano a rimettere in piedi un discorso serio. Poche, isolate, spesso trattate come corpi estranei. Ogni volta che alzano la voce per dire che l’antisemitismo non è materia di compromesso ma di condanna senza aggettivi, ne escono con le ossa rotte, accusate di eccesso di zelo o di scarsa sensibilità verso altri dolori. Come se la difesa degli ebrei fosse un lusso, non un dovere elementare di una democrazia.

E poi c’è la segretaria che si avvita su se stessa, moltiplica le parole e ne svuota il senso. Non è solo un problema di leadership, è un problema di identità. Se non sai più chi sei, se non sai quali sono le linee invalicabili, ogni ddl diventa un campo minato e ogni presa di posizione una tortura.

La vicenda del ddl Antisemitismo è così paradossale da sembrare una caricatura. Un partito che dovrebbe essere in prima fila nel contrasto all’odio razziale si ritrova a produrre una “mini intesa”, come se si trattasse di una concessione, di un equilibrio precario da esibire con cautela. Viene quasi voglia di chiamare un pronto soccorso, un medico di guardia, almeno un infermiere che controlli i parametri vitali. Ma quando serve, non si trova mai nessuno libero.


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