Dalle stanze parigine in cui vive da decenni in esilio, Reza Pahlavi torna a parlare come se Teheran fosse a un passo, e lo fa davanti alle telecamere di CBS, nel programma 60 Minutes, scegliendo parole che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili per un esponente della dinastia deposta nel 1979. La partnership strategica con Israele, afferma, è decisiva per il futuro dell’Iran, e la pace con lo Stato ebraico rappresenta un approdo naturale per un Paese che, ricorda, durante la Seconda guerra mondiale offrì rifugio agli ebrei in fuga dall’Europa nazista. Il riferimento storico, che diversi studi accademici hanno documentato negli anni, non è casuale perché serve a collocare la Repubblica islamica come una parentesi ideologica rispetto a una tradizione nazionale più complessa e meno ossessionata dall’ostilità verso Israele.
L’intervista arriva nelle ore convulse successive alla notizia dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, evento che Pahlavi definisce uno spartiacque capace di incrinare la struttura stessa del potere. Descrive un clima di esultanza diffusa tra gli iraniani, convinti che il sistema costruito in quasi mezzo secolo stia entrando nella fase terminale, e attribuisce al leader supremo la responsabilità di una lunga stagione di repressioni, esecuzioni e impoverimento economico, come attestano anche i rapporti di organizzazioni internazionali sui diritti umani che da anni denunciano arresti arbitrari e violenze contro oppositori e minoranze.
Pahlavi sostiene che la caduta del regime sia possibile e, pur evitando di proporsi come monarca restauratore, si dichiara pronto a svolgere un ruolo di guida nella fase di transizione, limitato nel tempo e finalizzato a consentire agli iraniani di scegliere liberamente il proprio assetto istituzionale. L’integrità territoriale, la separazione tra religione e Stato, l’uguaglianza davanti alla legge e un processo democratico autentico sono i pilastri che indica come base di un nuovo patto civile. In questa prospettiva, il programma nucleare militare dovrebbe essere smantellato del tutto perché, a suo giudizio, l’Iran non ha alcuna necessità strategica di dotarsi di armi atomiche, posizione che si colloca in sintonia con le preoccupazioni espresse da tempo dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e dalle capitali occidentali.
Il passaggio più delicato riguarda il rapporto con Washington. Pahlavi conferma contatti con l’amministrazione Trump e con membri del Congresso, ringraziando il presidente americano per aver scelto di intervenire in un momento che definisce decisivo. Il messaggio è chiaro: senza un sostegno esterno, il processo di cambiamento rischia di essere soffocato dalle strutture di sicurezza ancora fedeli al sistema, sebbene egli affermi che esistano già segmenti dell’esercito e della polizia disposti a voltare pagina in cambio di un’amnistia nell’ambito di una riconciliazione nazionale.
Resta da capire quanto consenso reale raccolga la sua figura dentro un Paese giovane, connesso e provato da anni di sanzioni e isolamento, nel quale le proteste degli ultimi tempi hanno mostrato una domanda di libertà che va oltre la semplice nostalgia per l’epoca dello scià. Pahlavi insiste sul fatto di non aver mai smesso di pensare all’Iran, e chiude con un invito alla fiducia rivolto ai suoi connazionali, evocando la profondità di una civiltà millenaria che, nelle sue intenzioni, dovrebbe tornare protagonista nella regione attraverso accordi e cooperazione invece che tramite milizie e minacce atomiche. Se le sue parole troveranno un riscontro nei fatti dipenderà dall’evoluzione delle prossime settimane, perché la storia iraniana ha già dimostrato quanto rapidamente le speranze possano trasformarsi in nuove incertezze.
Reza Pahlavi guarda a Gerusalemme