Novecentosessantatré episodi in un anno, con un balzo del quattrocento per cento rispetto al 2022, diciotto aggressioni fisiche – più del doppio rispetto all’anno precedente – e un dato che gela il sangue: il 14 per cento degli italiani si dice favorevole all’idea di espellere gli ebrei dall’Italia. Il Rapporto Antisemitismo 2025 della Fondazione Cdec consegna numeri che non consentono consolazioni statistiche e che descrivono un clima in cui l’ostilità antiebraica non solo cresce, ma si fa più esplicita e più violenta.
Il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, fondato nel 1955 e divenuto Fondazione nel 1986, è un istituto di ricerca indipendente espressione delle comunità ebraiche italiane, impegnato nello studio della storia e della realtà dell’ebraismo in Italia, con particolare attenzione al periodo nazi-fascista e alla contemporaneità ed è diretto da Gadi Luzzatto Voghera. L’Osservatorio antisemitismo, attivo dal 1975, ne è parte integrante e dal 1991 produce un rapporto annuale basato su metodologie condivise a livello internazionale e sulla definizione operativa dell’IHRA, oggi riferimento anche per la strategia europea e per quella nazionale italiana.
Il dato di partenza è netto: nel 2025 sono stati catalogati 963 episodi a fronte di 1.492 segnalazioni ricevute, con un incremento rispetto agli 874 del 2024 e ai 455 del 2023. La progressione non è soltanto quantitativa. Il rapporto sottolinea che gli atti più gravi sono cresciuti in misura maggiore, con un aumento marcato delle discriminazioni e delle aggressioni fisiche. Le aggressioni registrate sono state diciotto, mentre nel 2024 erano state otto e nei cinque anni precedenti complessivamente undici. Non si tratta di episodi marginali: famiglie insultate e costrette a scendere dai mezzi pubblici, lettere minatorie con richiami espliciti allo sterminio, svastiche incise sui portoni di casa, simboli nazisti tracciati nei pressi di luoghi ebraici.
La tipologia degli episodi mostra un’ampia prevalenza della diffamazione e degli insulti, che raggiungono quota 663 casi, in larga parte online; seguono 107 minacce, 103 graffiti, 61 discriminazioni, 11 atti di vandalismo e 18 aggressioni fisiche. L’antisemitismo in rete rappresenta oltre i due terzi dei casi e si alimenta di linguaggi in codice, emoji e numeri apparentemente innocui che fungono da segnali di riconoscimento all’interno di subculture estremiste. L’Osservatorio avverte che la dimensione digitale è difficile da quantificare perché i contenuti vengono rimossi o rilanciati in modo incontrollabile, ma proprio per questo merita un monitoraggio costante.
Un elemento strutturale del 2025 è la centralità dell’antisemitismo legato a Israele, che costituisce la matrice ideologica predominante dopo il 7 ottobre 2023. Antichi stereotipi, dall’accusa del sangue alla figura dell’ebreo dominatore, vengono trasposti sul sionismo e sullo Stato di Israele, in una miscela che intreccia cospirazionismo, retoriche estremiste e richiami a simbologie naziste. Quella data viene indicata come uno spartiacque non soltanto per il Medio Oriente ma per l’intera esperienza ebraica contemporanea, perché la diffamazione di Israele colpisce direttamente l’identità di gran parte degli ebrei italiani.
Il rapporto segnala anche una diffusione dell’antisemitismo che non riguarda più soltanto figure pubbliche o leader comunitari, bensì famiglie, studenti, pazienti in ospedale, lavoratori, turisti. Sono casi che mostrano come gli spazi sociali in cui manifestare la propria identità ebraica senza timore si stiano restringendo, con un senso di insicurezza che la sola presenza delle forze dell’ordine davanti a sinagoghe e scuole non riesce a dissipare.
La provenienza delle segnalazioni, in maggioranza da parte di cittadini ebrei ma anche da non ebrei e dai media, indica che esiste una sensibilità crescente, tuttavia il fenomeno della sotto-denuncia resta significativo e suggerisce che i numeri reali siano superiori a quelli registrati. Sul piano istituzionale il Cdec insiste sulla necessità di rafforzare la strategia nazionale e di fare riferimento alla definizione IHRA anche in ambito normativo, per evitare ambiguità e arretramenti.
Il Rapporto Antisemitismo 2025 non si limita a elencare episodi, ma offre una chiave di lettura che invita a collocare i dati in un contesto più ampio, europeo e globale, in cui gli atti ostili contro gli ebrei si intrecciano con tensioni geopolitiche, radicalizzazioni ideologiche e una crescente banalizzazione dei simboli dell’odio. L’immagine che ne emerge è quella di un Paese in cui l’antisemitismo non è un residuo folkloristico né un rumore di fondo, bensì una presenza concreta che incide sulla qualità della convivenza civile e mette alla prova la tenuta dei diritti garantiti dalla Costituzione.
Ignorare questi numeri significherebbe ridurre il problema a un tema identitario confinato alle comunità ebraiche. Il rapporto dimostra invece che la questione riguarda la salute democratica dell’intero Paese, perché quando un cittadino deve misurare il rischio di parlare ebraico in pubblico o di indossare una kippah, il vulnus non è soltanto personale ma collettivo.
L’antisemitismo, oggi, non si manifesta soltanto nei margini estremi, ma attraversa spazi digitali, ambienti educativi, luoghi di lavoro, e si intreccia con conflitti internazionali che vengono tradotti in ostilità verso persone in carne e ossa. Il Rapporto 2025 costringe a guardare questa realtà senza attenuanti, ricordando che la memoria storica non è un rituale, bensì un presidio che va difeso ogni giorno.

Fonte: Fondazione Cdec, Rapporto Antisemitismo 2025

Fonte: Fondazione Cdec, Rapporto Antisemitismo 2025

Fonte: Fondazione Cdec, Rapporto Antisemitismo 2025
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Rapporto 2025 Cdec. L’odio come abitudine