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Ran Gvili. Un ritorno che chiude il cerchio e apre una ferita

Il corpo di Ran Gvili torna in Israele dopo 843 giorni: il dolore di una famiglia diventa collettivo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Ran Gvili. Un ritorno che chiude il cerchio e apre una ferita

Durante lo straziante rientro in Israele del corpo di Ran Gvili le parole sembrano perdere qualsiasi capacità descrittiva e restano soltanto appigli fragili per non crollare. È quando il padre, Itzik, si trova davanti alla bara avvolta nella bandiera israeliana e alza le sopracciglia come a dire che no, davvero, non c’è molto altro da aggiungere a ciò che è già accaduto. Per 843 giorni lui e sua moglie Talik hanno vissuto in quella sospensione che accomuna tutte le famiglie degli ostaggi, una zona buia fatta di speranza residua e di consapevolezze inaccettabili, pur sapendo che le possibilità erano minime e che le prove accumulate puntavano verso un esito che nessuno ha mai il coraggio di pronunciare ad alta voce.

Ran era uscito di casa il 7 ottobre 2023 per andare a combattere contro i terroristi di Hamas. È stato ucciso e il suo corpo portato a Gaza, diventando parte di quella lunga lista di assenze che hanno scavato una ferita profonda nella società israeliana. Il suo ritorno, avvenuto dopo un’operazione dell’Israel Defense Forces condotta in un cimitero di Gaza City e significativamente chiamata “Brave Heart”, non è solo la conclusione di una ricerca durata mesi, ma la fine simbolica di un capitolo che ha tenuto il paese in apnea.

Davanti ai soldati e agli agenti che accompagnano il feretro, Itzik parla al figlio con una tenerezza che spiazza più di qualsiasi retorica. Gli dice che avrebbe potuto restare dov’era, in ospedale per farsi curare, che nessuno lo avrebbe giudicato, e subito dopo ricorda quella risposta che oggi pesa come un testamento morale: non avrebbe lasciato i suoi amici a combattere da soli. In quel dialogo a una sola voce, interrotto da una carezza sulla bara e da un bacio, si condensa l’idea di servizio e di responsabilità che attraversa molte storie individuali israeliane, ma che raramente emerge con una tale nudità emotiva.

Il rientro di Ran segna anche un momento di passaggio per un paese che continua a fare i conti con il trauma degli ostaggi. Le parole di Talik, pronunciate davanti alla casa di famiglia, tengono insieme dolore e gratitudine, rivolgendosi alle forze di sicurezza, al governo, agli alleati americani, con una frase che è stata ripetuta come un refrain in quelle ore: l’orgoglio è più forte del dolore. Non perché il dolore sia diminuito, ma perché viene riconosciuto come parte di qualcosa di più grande, di una prova collettiva che non può essere ridotta alla dimensione privata.

Anche il fratello Omri parla di orgoglio, definendolo più grande del lutto, e lo fa senza enfasi, come se stesse cercando di dare un ordine razionale a un sentimento che razionale non è né vuole esserlo. Il padre aggiunge che, se Ran avesse potuto scegliere come andarsene, probabilmente avrebbe scelto proprio così, nel modo che più gli assomigliava, mentre la sorella Shira descrive una sensazione inattesa di sollievo, quasi di libertà, che non cancella la tristezza ma la rende finalmente abitabile. Rani sta tornando, ripete, come se la ripetizione servisse a rendere reale ciò che per due anni è rimasto sospeso.

Il corteo che accompagna il feretro, seguito in diretta da migliaia di persone, è scandito da gesti e canti che fanno parte di un repertorio condiviso. Prima “Ani Ma’amin”, poi l’inno nazionale, quindi i salmi e il Kaddish. Non sono dettagli folkloristici, ma elementi di una grammatica civile che in Israele lega il lutto individuale alla dimensione pubblica. Quando il commissario di polizia Daniel Levy definisce Ran il DNA stesso della forza e chiede scusa per non essere riuscito a riportarlo a casa vivo, non sta semplicemente pronunciando una formula ufficiale, ma sta dando voce a un sentimento diffuso di responsabilità mancata.

Il ritorno di Ran Gvili non restituisce ciò che è stato perso e non chiude davvero la ferita, ma la rende finalmente visibile, nominabile e condivisibile da tutto il popolo d’Israele, da tutti gli ebrei, da tutti coloro che amano e difendono la libertà e la dignità dell’essere umano. È un momento amaro, come lo hanno definito i suoi genitori, in cui la fine di un’attesa coincide con l’inizio di un altro tempo, quello del lutto. Eppure, in quella bara che attraversa il paese, molti israeliani hanno visto anche qualcosa che va oltre la singola storia, la conferma che, nonostante tutto, esiste ancora un legame capace di tenere insieme una comunità lacerata, almeno per il tempo necessario a salutare uno dei suoi figli.


Ran Gvili. Un ritorno che chiude il cerchio e apre una ferita