Nel silenzio un po’ distratto e gaglioffo con cui spesso vengono trattate le questioni che riguardano l’informazione, il decreto Milleproroghe 2026 ha introdotto un taglio che pesa come un macigno sul futuro di Radio Radicale. L’emendamento approvato alla Camera proroga per un solo anno la convenzione per la trasmissione integrale dei lavori parlamentari e autorizza uno stanziamento di circa quattro milioni di euro, la metà rispetto agli otto milioni che negli ultimi anni avevano garantito continuità al servizio. Non si tratta di una limatura tecnica né di un dettaglio contabile, perché il contributo pubblico rappresenta la principale fonte di sostegno per una struttura che da decenni assicura ai cittadini la possibilità di ascoltare, senza filtri, ciò che accade nelle aule e nelle commissioni.
Chi conosce la storia di Radio Radicale sa che il rapporto con lo Stato è sempre stato oggetto di tensioni, di proroghe annuali, di scontri politici che si riaccendono puntualmente a ogni scadenza. Dal 2019 in poi il Parlamento è intervenuto più volte per evitare interruzioni, senza però definire un assetto stabile, e questo ha lasciato l’emittente esposta a un’incertezza che oggi si traduce in un dimezzamento improvviso delle risorse . In questi anni la radio ha continuato a fare il proprio lavoro con una disciplina che andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo: trasmissioni integrali, archivi ordinati, attenzione scrupolosa ai passaggi formali della vita istituzionale, congressi, convegni, udienze che altrove vengono compressi in pochi secondi di servizio.
Radio Radicale, oggi sotto la direzione rigorosa e sobria di Giovanna Reanda, ha attraversato tempeste politiche e campagne ostili, sopportato minacce ricorrenti di chiusura e resistito senza mai scivolare nella lamentazione. Le sue frequenze hanno ospitato alcune delle firme più autorevoli del giornalismo italiano, hanno dato spazio a minoranze spesso ignorate, hanno conservato la memoria sonora di decenni di vita repubblicana. Chiunque abbia fatto ricerca, scritto un libro, ricostruito un passaggio parlamentare controverso, sa quanto quell’archivio sia stato prezioso.
Il punto non riguarda un favore a un’emittente privata né una generica difesa corporativa. Lo Stato ha scelto di affidare a Radio Radicale un servizio specifico, quello della trasmissione integrale dei lavori parlamentari, e lo ha fatto riconoscendo che la trasparenza non può essere ridotta a un flusso di clip selezionate o a un riassunto televisivo. Ogni volta che un cittadino accende la radio e ascolta per intero un dibattito, compie un atto di partecipazione che rafforza la qualità della democrazia. Quel servizio ha un costo e quel costo è stato finora considerato un investimento nell’interesse generale.
Ridurre brutalmente la copertura finanziaria significa mettere in discussione la sostenibilità di un modello che non solo ha dimostrato di funzionare ma che soprattutto ha contribuito a rendere più civile l’informazione italiana. Le obiezioni che circolano, legate all’evoluzione tecnologica o alla presenza di canali istituzionali, non tengono conto del valore aggiunto di un soggetto autonomo che organizza, archivia, rende fruibile un patrimonio altrimenti disperso. Trasferire tutto dentro strutture amministrative rischia di impoverire quel pluralismo che proprio la radio ha incarnato.
Ogni comunità politica dovrebbe saper riconoscere i propri debiti di riconoscenza. Noi di Setteottobre lo facciamo senza esitare. Da che siamo nati Radio Radicale ci ha seguiti, accompagnati e aiutati senza pretendere nulla da noi. La nostra gratitudine non è di maniera ma è profonda perché ci lega un insieme fondamentale di valori in difesa della libertà, delle libertà. Radio Radicale ha accumulato un vero credito nei confronti del Paese intero, perché ha custodito la voce delle istituzioni quando altri guardavano altrove. Tagliare a metà il finanziamento non rappresenta un gesto di prudenza contabile, bensì un atto di miope leggerezza politica che finisce per colpire un bene comune. Se la democrazia è fatta anche di ascolto paziente e di memoria condivisa, allora difendere Radio Radicale significa difendere una parte della nostra stessa dignità civile.
Radio Radicale, il dovere della gratitudine e l’errore del taglio