Per chi non se ne fosse accorto, per chi non volesse vedere, il vecchio antisemitismo è tornato in piazza. Nel cuore di Manhattan, in una piazza che negli ultimi decenni è diventata il palcoscenico globale delle mobilitazioni politiche, si è consumato un episodio che obbliga a riconsiderare con maggiore attenzione il modo in cui viene definita e percepita una parte dell’attivismo anti-israeliano negli Stati Uniti. Durante la giornata di Al Quds a Times Square, tra slogan e bandiere, un gruppo di manifestanti ha rivolto ai contro-dimostranti ebrei un’accusa che affonda le sue radici nel Medioevo europeo, invitando la folla a gridare “smettete di mangiare bambini”, una formula che richiama senza ambiguità la calunnia del sangue, uno dei miti più persistenti e violenti dell’antisemitismo storico.
L’aspetto che colpisce non riguarda soltanto il contenuto dello slogan, ma la sua ricezione immediata e compatta da parte della folla, che lo ha ripreso senza esitazioni, come se facesse parte di un repertorio condiviso e già sedimentato. In quella risposta collettiva si intravede un passaggio ulteriore rispetto alla semplice radicalizzazione del linguaggio politico, perché il riferimento a un immaginario così antico e carico di conseguenze violente indica una saldatura tra registri che, fino a non molto tempo fa, venivano considerati distinti.
Il contesto nel quale questo avviene è quello di un anti-sionismo che negli ultimi anni ha assunto forme sempre più ibride, nelle quali elementi di critica politica si mescolano a immagini, metafore e accuse che appartengono a una lunga tradizione di ostilità verso gli ebrei. Studi recenti, tra cui quelli dell’antropologo Adam Louis-Klein e della ricercatrice Naya Lekht, hanno cercato di descrivere questo fenomeno come una nuova fase storica della discriminazione antiebraica, in cui il rifiuto del sionismo diventa il contenitore attraverso cui vengono rielaborati e riproposti temi già presenti nell’anti-giudaismo religioso e nell’antisemitismo razziale.
Alla manifestazione newyorkese, questi livelli si sono sovrapposti con una chiarezza difficilmente ignorabile, perché accanto agli slogan che accusavano Israele di colonialismo, apartheid o genocidio, comparivano rappresentazioni che evocavano direttamente la propaganda novecentesca, come l’idea degli ebrei o dei “sionisti” descritti come parassiti, un’immagine che richiama in modo evidente la costruzione simbolica elaborata dal nazismo per disumanizzare gli ebrei e giustificare la loro eliminazione. Un intervento dal palco ha utilizzato un linguaggio biologico e invasivo per descrivere una presunta infiltrazione nelle istituzioni americane, riprendendo schemi che la storia europea ha già conosciuto e che si sono tradotti in persecuzioni sistematiche.
La presenza di riferimenti al Medio Oriente contemporaneo, con slogan a favore di Hamas, Hezbollah e della Repubblica islamica iraniana, contribuisce a rendere il quadro ancora più complesso, perché introduce una dimensione geopolitica che si intreccia con la ripresa di simboli e accuse del passato. In questo intreccio si inseriscono anche espressioni come “Khaybar” (nome della battaglia delle armate di Maometto che sconfisse le tribù ebraiche locali, n.d.r.), che rimandano a episodi storici reinterpretati come minacce attuali, e che vengono utilizzate in contesti urbani occidentali con una carica intimidatoria che difficilmente può essere ridotta a semplice espressione di dissenso politico.
Un elemento ulteriore riguarda la reazione, o più spesso l’assenza di reazione, da parte del sistema mediatico e politico americano, che tende a classificare queste manifestazioni all’interno della categoria delle proteste pro-palestinesi, evitando di confrontarsi apertamente con il contenuto dei messaggi espressi. Questa scelta produce un effetto di normalizzazione che rischia di spostare progressivamente il confine di ciò che viene considerato accettabile nello spazio pubblico, soprattutto quando il linguaggio adottato riprende immagini che in altri contesti verrebbero immediatamente riconosciute come discriminatorie.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la libertà di espressione o il diritto di critica verso uno Stato, ma il modo in cui certi codici simbolici vengono riattivati e resi di nuovo operativi, spesso senza che vi sia una piena consapevolezza delle loro implicazioni storiche. Quando accuse come quella della calunnia del sangue tornano a circolare con naturalezza in una grande città occidentale, il problema non può essere confinato a una singola manifestazione, perché segnala un cambiamento più profondo nel linguaggio e nelle categorie attraverso cui si esprime il conflitto politico contemporaneo.
Quds Day a NYC. Nelle piazze torna il vecchio antisemitismo