Finché la guerra resta lontana, è un titolo. Ma non sia mai che qualcuno minacci le mete turistiche che allora tutto e improvvisamente diventa reale.
Non perché cambi qualcosa sul terreno, ma perché cambia il nostro sguardo: la guerra entra nel perimetro del comfort occidentale, quello fatto di voli low cost, resort un po’ cafonazzi ma pur sempre resort, itinerari esotici (si fa per dire).
È a quel punto che scatta l’allarme, che si conciona di sicurezza globale, e ci si agita nell’ora dell’aperitivo perché si riscopre il rischio. È un riflesso quasi pavloviano: ci indigniamo quando la violenza lambisce la nostra idea di normalità, non quando travolge quella degli altri. Il turismo, più che un settore economico, è diventato la vera unità di misura morale della guerra.
Finché si viaggia, tutto sommato il mondo tiene. Quando non si può più farlo, allora sì che è crisi.
Quando salta il turismo, scopriamo la guerra
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