Home > Scale Mobili > ⌥ Quando l’arte diventa immonda

⌥ Quando l’arte diventa immonda

Tempo di Lettura: 3 min



C’è qualcosa di osceno, e non in senso metaforico, nella richiesta di “escludere Israele” dalla Biennale di Venezia. Osceno perché non nasce da una critica puntuale, argomentata, circoscritta a opere, artisti o scelte curatoriali, ma da un riflesso identitario che individua uno Stato come corpo impuro da espellere. Osceno perché si dichiara, con la faccia di bronzo, che “non si vogliono escludere gli artisti”, mentre si chiede l’esclusione di un Paese intero, come se l’arte vivesse in un limbo astratto e non fosse sempre anche storia, biografia, lingua, appartenenza.

È qui che il gioco si scopre. L’Art Not Genocide Alliance parla il linguaggio dell’universalismo morale, ma pratica senza pudore una discriminazione collettiva che ha un solo bersaglio e un solo nome. Non la Russia, non l’Iran, non la Cina, non i regimi che incarcerano, torturano, impiccano, reprimono ma Israele. Sempre Israele. Non per quello che fa questo o quel governo, non per una decisione specifica, ma per ciò che è, e cioè uno Stato ebraico, punto. Tutto il resto è contorno retorico.

Quando si afferma che “non può esserci spazio per la guarigione o il dialogo culturale” finché Israele non sarà chiamato a rispondere davanti alla giustizia (e magari raso al suolo e annientato, come progettano gli islamisti da tempo immemore), si compie un salto inquietante: si trasforma la cultura in strumento di sanzione morale, si stabilisce una lista di purezza, si decide chi può parlare e chi deve tacere. È un’idea vecchia, marcia, che conosciamo bene. Cambiano le parole, non la sostanza. Ieri erano razze inferiori, oggi sono Stati canaglia; ieri si parlava di contaminazione, oggi di riparazione; ieri si bruciavano libri, oggi si chiudono padiglioni.

Il caso di Belu-Simion Fainaru rende la cosa ancora più grottesca. Un artista che riflette sulla memoria, che dialoga con Paul Celan, che porta con sé una biografia complessa, transnazionale, stratificata, viene trascinato dentro una richiesta di esclusione che pretende di separare l’arte dall’identità e allo stesso tempo di punire l’identità collettiva. Un capolavoro di ipocrisia: l’artista va bene, purché lo Stato sparisca. Come se fosse possibile amputare una parte della realtà senza che il corpo sanguini.

La Biennale, che dovrebbe essere uno spazio di confronto e non un tribunale ideologico, viene così ridotta a palcoscenico di un nuovo razzismo elegante, ben vestito, che si autoassolve chiamandosi “etico”. Ma l’etica senza coerenza è solo arroganza. E l’universalismo che seleziona i suoi bersagli è la maschera più presentabile dell’odio. Non stiamo di fronte a una protesta ma a un’esclusione. Questa non è critica ma discriminazione. E chiamarla arte non la rende meno immonda.


Quando l’arte diventa immonda Quando l’arte diventa immonda