La prudenza vaticana è una parola elegante per dire che si sta scegliendo una posizione. E la posizione, quando si parla di Israele, è sempre meno sfumata di quanto si voglia far credere.
Nelle ultime settimane il lessico della Santa Sede si è fatto più deciso. Non nei richiami generici alla pace – quelli sono costanti, prevedibili, quasi liturgici – ma nei passaggi in cui si entra nel merito: proporzionalità, annessioni, responsabilità e via dicendo. Quando a parlare sono Parolin o Pizzaballa, il tono si fa concreto, e il concreto ha sempre obiettivo preciso e Israele è subito sul banco degli imputati morali mentre gli altri attori del conflitto restano sullo sfondo, evocati più che analizzati.
Il problema non è la critica politica. Lo ripeteremo fino alla nausea: Israele è uno Stato democratico e discutibile come ogni Stato democratico. Il problema è il sottofondo culturale che riaffiora ogni volta che lo Stato in questione è ebraico. Si tratta di un sottofondo antico, sedimentato, che la svolta conciliare non ha cancellato del tutto perché affonda le radici in secoli di teologia della sostituzione e di antigiudaismo strutturale. Non serve gridarlo dai pulpiti: basta che orienti lo sguardo.
Così il linguaggio dell’irenismo universale, che parla di ponti e dialogo, si irrigidisce quando incontra la sovranità ebraica armata. La pace è un valore, ma diventa rapidamente un rimprovero quando Israele esercita il diritto di difendersi. E dal rimprovero al giudizio morale il passo è breve, brevissimo.
In tutto questo, molti cattolici sinceramente amici di Israele restano spiazzati. Hanno fatto proprio il cammino di Nostra Aetate, hanno interiorizzato la responsabilità storica della Chiesa nell’alimentare l’antigiudaismo europeo, e ora assistono a un linguaggio che sembra oscillare tra solidarietà formale e diffidenza sostanziale.
Il nodo è lì ed è irrisolto: la Chiesa ha riconosciuto l’ebraismo come radice, ma fatica ancora a fare i conti fino in fondo con l’esistenza politica di uno Stato ebraico. Finché questa tensione non verrà affrontata senza diplomazie, ogni crisi in Medio Oriente riattiverà la stessa dinamica. E l’irenismo, da promessa di pace, continuerà a scivolare in una critica selettiva che ha un destinatario quasi esclusivo.
Quando la pace diventa un rimprovero: il Vaticano e Israele
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