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Quando la guerra diventa messaggio

L’attacco al cuore del meccanismo di successione iraniano e il video in persiano diffuso nello stesso istante mostrano una nuova fase della strategia israeliana

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Quando la guerra diventa messaggio

Il momento scelto non lascia spazio a dubbi sull’intenzione politica dell’operazione. Proprio mentre a Teheran l’Assemblea degli Esperti, l’organo religioso incaricato di designare il successore della guida suprema Ali Khamenei, era riunita per votare, un attacco ha colpito l’edificio che ospitava il processo di successione e nello stesso istante, quasi sincronizzato con la notizia dell’esplosione, è comparso online un video in lingua persiana attribuito al Mossad. Il messaggio era breve e diretto, costruito per essere compreso immediatamente dal pubblico iraniano, e affermava che il nome della persona scelta quel giorno contava poco perché il destino di quel potere era già segnato e perché, alla fine, sarebbe stato il popolo iraniano a decidere il proprio futuro.

La simultaneità tra l’operazione militare e la diffusione del video conferisce all’episodio una portata che va oltre la dimensione strettamente militare. L’attacco ha colpito un simbolo istituzionale centrale della Repubblica islamica, l’assemblea composta da ottantotto religiosi che possiede formalmente l’autorità di scegliere e, in teoria, anche di destituire la guida suprema. Il fatto che la struttura sia stata colpita proprio durante la fase di scrutinio dei voti, mentre una parte dei membri era riunita per discutere il futuro della leadership iraniana, suggerisce una volontà precisa di interferire con il momento più delicato della continuità del regime.

L’elemento che distingue questa operazione da molte altre azioni clandestine attribuite a Israele negli ultimi anni risiede nel modo in cui l’azione militare è stata accompagnata da una comunicazione immediata e mirata. La scelta di diffondere il messaggio in persiano, e non in inglese o in ebraico, indica che il destinatario principale non era la comunità internazionale bensì la società iraniana, alla quale si è voluto trasmettere l’idea che la stabilità apparente del sistema di potere clericale può essere incrinata dall’interno e che il processo di successione non rappresenta un destino inevitabile.

Israele ha spesso combinato operazioni segrete con strumenti di pressione psicologica, tuttavia la precisione temporale con cui il video è stato pubblicato suggerisce un salto di qualità nella dimensione comunicativa della guerra. Il messaggio, diffuso mentre le immagini dell’attacco iniziavano a circolare, ha trasformato l’azione militare in un atto politico rivolto direttamente alla popolazione iraniana e ha cercato di insinuare un dubbio nel momento stesso in cui il regime tentava di dimostrare continuità e controllo.

La Repubblica islamica si trova da anni di fronte a un dilemma che riguarda la successione della guida suprema, un tema che attraversa il sistema politico iraniano da quando le condizioni di salute e l’età avanzata di Khamenei hanno reso inevitabile la discussione sul futuro del potere. L’Assemblea degli Esperti, organismo poco visibile all’opinione pubblica ma centrale nell’architettura istituzionale della Repubblica islamica, rappresenta il luogo in cui questa decisione dovrebbe prendere forma, ed è proprio quel meccanismo che l’operazione ha voluto colpire simbolicamente.

La sovrapposizione tra attacco e messaggio mediatico rivela una strategia che mira a erodere l’autorità del regime sul terreno della percezione, oltre che su quello militare. Quando un’operazione di intelligence viene accompagnata da una comunicazione studiata per il pubblico del Paese avversario, la battaglia si sposta anche sul piano della legittimità politica e dell’immagine di potere che il regime cerca di mantenere.

Il risultato immediato dell’episodio resta difficile da valutare, perché il sistema iraniano ha dimostrato in passato una notevole capacità di assorbire shock e di ricompattarsi di fronte a minacce esterne. Tuttavia la scena di un video in persiano che appare online nello stesso istante in cui il cuore del processo di successione viene colpito suggerisce che la contesa tra Israele e la Repubblica islamica si sta spingendo sempre più dentro il terreno della guerra psicologica, dove il bersaglio principale non è soltanto l’apparato militare o nucleare, bensì la fiducia che il regime riesce ancora a esercitare sulla propria società.


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