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Quando la fuga da TikTok diventa un test politico

La migrazione verso UpScrolled racconta la trasformazione dei social in spazi identitari

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Quando la fuga da TikTok diventa un test politico

La notizia, in sé, è lineare: l’accordo che porterà una parte delle operazioni statunitensi di TikTok sotto il controllo di un gruppo di investitori guidato da Larry Ellison ha innescato una reazione a catena tra una fetta di utenti politicamente mobilitati, che hanno iniziato a lasciare la piattaforma per approdare in massa su UpScrolled, un’app fondata da un imprenditore palestinese e presentata come rifugio libero dalla censura delle grandi aziende tecnologiche. In pochi giorni, UpScrolled è balzata in cima alle classifiche dell’App Store, superando il milione di download e diventando il punto di riferimento di una diaspora digitale che si percepisce sotto assedio.

Il passaggio interessante, però, non sta tanto nella dinamica del mercato quanto nel clima che questa migrazione ha prodotto. UpScrolled, nata con l’obiettivo dichiarato di aggirare quello che molti attivisti definiscono shadow banning ai danni dei contenuti filopalestinesi, si è rapidamente riempita di materiale apertamente antisemita e di messaggi che ringraziano la piattaforma per consentire espressioni che altrove verrebbero rimosse o penalizzate. Non si tratta di incidenti isolati, ma di un’atmosfera complessiva che viene rivendicata come segno di autenticità e di emancipazione da un presunto controllo sionista dei media globali.

Il fondatore dell’app, Issam Hijazi, racconta la propria scelta come una rottura etica maturata dopo la guerra a Gaza, che avrebbe cambiato radicalmente il suo modo di guardare al lavoro nel settore tecnologico. La sua critica alle grandi piattaforme, accusate di soffocare sistematicamente le voci palestinesi, trova un’eco potente in un momento storico in cui la sfiducia verso i colossi digitali si intreccia con un conflitto sempre più polarizzante. Il problema è che, nel vuoto lasciato dalle regole di moderazione, non si afferma un dibattito più libero, ma spesso un linguaggio che scivola senza freni verso l’odio.

Il caso UpScrolled si inserisce in una tendenza più ampia, che riguarda la frammentazione dell’ecosistema digitale in comunità chiuse, costruite attorno a un’identità politica o ideologica forte. Non è la prima volta che accade, ma qui il salto di qualità è evidente, perché la piattaforma viene esplicitamente promossa come alternativa “pulita” a un social ormai percepito come controllato da interessi filoisraeliani e conservatori americani. In questa cornice, la figura di Larry Ellison diventa un simbolo, più che un attore reale, utile a condensare sospetti, rabbia e teorie di controllo in una narrazione semplificata, dove ogni intervento contro l’antisemitismo viene letto come censura politica.

L’ironia è che TikTok, fino a ieri accusato di essere un veicolo privilegiato di propaganda anti-israeliana, viene improvvisamente dipinto come strumento di repressione, non appena cambia assetto proprietario. Questo ribaltamento dice molto sul grado di radicalizzazione del dibattito online, in cui le piattaforme non sono più spazi da abitare criticamente, ma territori da conquistare o abbandonare in base a chi si ritiene ne detenga il controllo.

UpScrolled, al momento, beneficia dell’entusiasmo dei nuovi arrivati e di una crescita impressionante, ma la questione che resta sul tavolo è più ampia e riguarda il prezzo di questa apparente libertà. Quando l’assenza di filtri diventa un lasciapassare per l’odio, e quando la critica politica si fonde senza soluzione di continuità con la demonizzazione di un intero popolo, il confine tra piattaforma alternativa e megafono tossico si assottiglia rapidamente. La fuga da TikTok, più che una rivoluzione digitale, sembra allora il sintomo di un ecosistema informativo sempre più incapace di distinguere tra dissenso legittimo e legittimazione dell’odio.


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