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Quando il nemico diventa un alleato

Iran e Al Qaeda, la convergenza che inquieta il Medio Oriente

Shira Navon

Tempo di Lettura: 5 min
Quando il nemico diventa un alleato

Per molti anni l’idea di una collaborazione tra la Repubblica islamica dell’Iran e Al Qaeda è stata liquidata come una contraddizione logica prima ancora che politica. Da una parte un regime sciita che fonda la propria legittimità sulla rivoluzione islamica del 1979, dall’altra un’organizzazione jihadista salafita che considera gli sciiti eretici e li ha spesso descritti come nemici dell’Islam. Eppure, dietro questa opposizione ideologica che continua a dominare il linguaggio pubblico, si muove da tempo una realtà più complessa, fatta di contatti, di calcoli strategici e di una convergenza di interessi che ha preso forma lentamente negli anni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001.

Le prime tracce di questo rapporto risalgono proprio a quel periodo. Dopo la caduta del regime talebano in Afghanistan diversi esponenti di alto livello di Al Qaeda trovarono rifugio in Iran, dove furono ospitati in una sorta di limbo politico che combinava controllo e protezione. Teheran non riconobbe mai apertamente quella presenza, ma diversi rapporti dei servizi occidentali e studi accademici hanno ricostruito negli anni il quadro di una convivenza ambigua, nella quale l’Iran manteneva sotto sorveglianza i jihadisti sunniti mentre questi ultimi potevano utilizzare il territorio iraniano come retrovia sicura.

Uno degli episodi che rese visibile questo legame fu uno scambio di prigionieri avvenuto poco più di un decennio fa. L’Iran liberò cinque comandanti di Al Qaeda in cambio di un diplomatico iraniano rapito nello Yemen. Alcuni di quei militanti morirono successivamente nella guerra siriana, mentre altri decisero di rimanere in Iran. Tra loro figuravano Abu Muhammad al-Masri e Saif al-Adl, due figure centrali nella storia dell’organizzazione jihadista.

La presenza di questi dirigenti sul territorio iraniano rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti della vicenda. Saif al-Adl, ufficiale egiziano con lunga esperienza nelle operazioni militari di Al Qaeda, è stato indicato da diversi analisti come il leader di fatto dell’organizzazione dopo l’uccisione di Ayman al-Zawahiri nel 2022. Secondo varie valutazioni di intelligence occidentali, il suo centro operativo continuerebbe a trovarsi proprio in Iran, circostanza che conferisce a questo rapporto una dimensione strategica difficilmente ignorabile.

Il calcolo delle due parti appare comprensibile se si osserva il quadro regionale. Per Al Qaeda l’Iran rappresenta uno spazio relativamente protetto rispetto ai teatri di guerra più esposti, come Afghanistan o Siria, dove la pressione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati ha decimato negli anni la leadership jihadista. Per Teheran, invece, la presenza di esponenti di Al Qaeda può funzionare sia come strumento di deterrenza sia come leva geopolitica da utilizzare nel confronto con Washington e con Israele.

Un altro elemento che contribuisce a spiegare questa convergenza è la percezione di un nemico comune. In ambienti jihadisti vicini ad Al Qaeda circola da tempo l’idea che la rivoluzione iraniana abbia aperto la strada a una forma di resistenza islamica contro l’influenza occidentale nella regione. Secondo alcune testimonianze raccolte da ricercatori e giornalisti, lo stesso Saif al-Adl avrebbe guardato con interesse alla strategia iraniana di costruire una rete di alleanze regionali capace di logorare i rivali attraverso attori armati indiretti.

Questa logica di cooperazione indiretta appare oggi ancora più evidente se si osservano i legami tra le diverse milizie attive nel Medio Oriente allargato. Fonti di sicurezza citate dalla stampa internazionale sostengono che esistano contatti operativi tra ambienti vicini ad Al Qaeda e i ribelli Houthi nello Yemen, movimento sostenuto militarmente e finanziariamente dall’Iran e protagonista negli ultimi mesi di una campagna di attacchi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso. Parallelamente, in Africa orientale il gruppo somalo al-Shabaab, affiliato ad Al Qaeda, mantiene relazioni con reti di contrabbando e di armamenti che attraversano aree di influenza iraniana.

Questa trama di rapporti non implica necessariamente una vera alleanza ideologica. La diffidenza reciproca tra jihadismo sunnita e potere sciita rimane radicata e continua a emergere nei testi e nei discorsi dei militanti salafiti. Tuttavia, quando la politica entra in gioco, le fratture teologiche possono diventare secondarie rispetto alla convenienza strategica.

Gli analisti che seguono da vicino la politica iraniana sottolineano che Teheran preferisce affidarsi soprattutto alle milizie sciite che compongono il cosiddetto “asse della resistenza”, dalla Hezbollah libanese alle varie formazioni armate irachene. Tuttavia la possibilità di mantenere contatti con gruppi jihadisti sunniti offre al regime iraniano uno strumento ulteriore di pressione e di influenza, soprattutto in scenari dove l’azione diretta risulterebbe troppo rischiosa.

Nel frattempo Al Qaeda, pur lontana dalla potenza organizzativa che aveva all’inizio del secolo, conserva una rete diffusa di affiliate locali che operano in Africa, nella Penisola arabica e in alcune zone dell’Asia. Questa struttura decentrata riduce la capacità dell’organizzazione di pianificare grandi attentati globali, ma le permette di mantenere una presenza capillare in contesti fragili e instabili.

Proprio in questa zona grigia, dove interessi geopolitici e militanza jihadista si sfiorano senza fondersi completamente, prende forma una delle collaborazioni più inquietanti del Medio Oriente contemporaneo. La rivalità religiosa che separa sciiti e salafiti non è scomparsa, ma in alcune circostanze viene accantonata quando si tratta di affrontare avversari percepiti come comuni. In quella convergenza pragmatica, costruita lontano dai riflettori e alimentata da anni di contatti discreti, si intravede una dinamica destinata a influenzare ancora a lungo l’equilibrio della regione.


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