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Quando essere ebrei diventa pericoloso: l’Europa che spinge i giovani verso Israele

La più grande aliyah giovanile dal 7 ottobre racconta il fallimento dell’Europa nel proteggere i suoi cittadini ebrei.

Barbara Covili

Tempo di Lettura: 3 min
Quando essere ebrei diventa pericoloso: l’Europa che spinge i giovani verso Israele

C’è una notizia che rischia di passare come un fatto di cronaca, ma che in realtà è una radiografia impietosa dell’Occidente contemporaneo. 213 giovani ebrei sono arrivati in Israele questa settimana dall’Europa e da altri Paesi occidentali: la più grande “aliyah” (immigrazione ebraica in Israele) giovanile dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Non un gesto ideale, ma una scelta dettata dalla paura. Una paura concreta, quotidiana, misurabile.

I racconti di questi ragazzi parlano di vite improvvisamente ristrette. Di simboli ebraici nascosti sotto i vestiti, di università diventate luoghi ostili, di insulti e minacce normalizzate. “Temevo per la mia vita perché ebrea”, racconta una giovane arrivata da Londra. Un’altra, da Parigi, spiega di aver smesso di esprimere apertamente la propria identità per evitare ritorsioni. Non sono storie isolate. Sono il riflesso di un fenomeno ormai strutturale.

I dati sull’antisemitismo lo confermano con brutalità perché in Europa, dopo il 7 ottobre, le aggressioni agli ebrei e ai loro luoghi sono esplose: in molti Paesi sono raddoppiate o triplicate rispetto agli anni precedenti. Aggressioni fisiche, vandalismi contro sinagoghe e scuole, minacce online, intimidazioni nei campus. Secondo i principali osservatori europei, mai dal dopoguerra si era registrata una simile concentrazione di atti antiebraici in un arco di tempo così breve. L’antisemitismo è entrato nel discorso pubblico, spesso mascherato da attivismo politico, tollerato quando non apertamente giustificato.

È in questo contesto che va letta la decisione di questi 213 giovani: una scelta razionale di sopravvivenza. Israele non rappresenta per loro una meta ideale, ma un luogo in cui poter vivere senza chiedere scusa per la propria esistenza. Per questi giovani, Israele non è soltanto un approdo temporaneo, ma un orizzonte di vita. Un luogo in cui studiare, lavorare, costruire relazioni, mettere radici. Un Paese che, pur attraversato da conflitti e contraddizioni, continua a offrire opportunità concrete di integrazione sociale, professionale e civile. È fondamentale che questo futuro esista: non solo per Israele, ma per l’intero mondo ebraico. Perché senza un luogo in cui la propria identità non sia una colpa o una giustificazione da fornire, la libertà diventa fragile, reversibile, negoziabile.

Israele è un paese nato dall’immigrazione, costruito da ondate successive di rifugiati: dagli ebrei che fuggivano dall’antisemitismo ai sopravvissuti alla Shoah, dagli ebrei espulsi dai Paesi arabi agli ebrei etiopi a quelli dell’ex Unione Sovietica: il paese ha assorbito milioni di persone in fuga da persecuzioni, esclusioni, cancellazioni identitarie.

Questa nuova aliyah, quindi, si inserisce perfettamente in quella stessa storia ma con una differenza inquietante: oggi a spingere i giovani verso Israele non sono regimi totalitari, ma democrazie occidentali incapaci – o non disposte – a contrastare l’odio antiebraico quando si traveste da militanza, da slogan, da “giusta causa”.

Israele, ancora una volta, diventa rifugio perché resta uno dei pochi luoghi al mondo in cui un ebreo non deve nascondere il proprio nome, moderare le proprie parole o giustificare il diritto di esistere. Il paradosso è feroce: mentre l’Europa si proclama paladina dei diritti, c’è chi prepara le valigie perché quei diritti, nella pratica, non sono più garantiti.

I 213 giovani arrivati in Israele non sono un’anomalia statistica. Sono un segnale politico, morale e civile, e come tutti i segnali ignorati troppo a lungo, raccontano molto più di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere su sé stesso.


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