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⌥ Quando chi fugge dalla dittatura zittisce i professionisti della pace

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Qualcosa si è incrinato nelle liturgie pacifiste dell’Occidente e non certo per merito dei nostri commentatori, dei nostri partiti o delle nostre piazze rituali, che continuano a recitare la stessa parte con la disciplina di un teatro stanco. A rompere il copione sono stati altri, gli iraniani, quelli scappati dall’inferno del regime.

È successo a Firenze e non è un dettaglio folcloristico. Davanti ai presidi contro la guerra, alle bandiere della pace, ai cori della Cgil e alle consuete processioni ireniste, sono arrivati loro. Persone che hanno visto davvero cosa significa vivere sotto gli ayatollah. Persone che sanno cosa vuol dire una dittatura teocratica, le prigioni, le impiccagioni, le donne perseguitate, gli oppositori cancellati. E invece di unirsi al rito, hanno contestato.

Hanno detto ad alta voce quello che nelle nostre piazze nessuno vuole sentire. Che il problema non sono gli attacchi contro il regime iraniano, ma il regime iraniano stesso. Che parlare di pace mentre si difende, anche indirettamente, chi opprime un intero popolo è una farsa morale. Che agitare bandiere arcobaleno davanti a chi fugge da una dittatura sanguinaria è un insulto.

È una scena quasi inedita. Dopo il 7 ottobre non era successo. Non poteva succedere: tutti eravamo impreparati, travolti dagli eventi e dalla macchina ideologica che si è messa subito in moto.Ora invece succede. E si ripete.

Gli esuli iraniani stanno facendo qualcosa che pochi in Occidente hanno il coraggio di fare: guardare negli occhi il pacifismo di maniera e dirgli che è ipocrisia. Non un errore, non una ingenuità. Pura e orrenda ipocrisia. Per questo il loro gesto toglie il fiato. Perché all’improvviso, in mezzo alle bandiere della pace e ai megafoni dell’innocenza autoproclamata, qualcuno ha iniziato a dire la verità. E la verità, quando entra in certe piazze, fa molto più rumore di qualsiasi slogan.


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