Il Qatar è uno di quei Paesi che sfuggono alle classiche categorie morali e politiche (spesso in antitesi e tuttavia a noi comprensibili). Non è un alleato, non è un nemico e non è nemmeno davvero neutrale. Diciamo che si può definire un facilitatore di potere. Piccolo per dimensioni ed enorme per influenza, ha costruito la propria centralità trasformandosi nel luogo dove tutti parlano, trattano, contrattano senza che nessuno si sporchi troppo le mani.
Doha governa uno Stato minuscolo ma seduto su una delle più grandi riserve di gas del pianeta. Questa ricchezza ha consentito all’emirato di fare ciò che altri Paesi non possono nemmeno sognarsi di fare, e cioè comprare tempo e silenzio. Il Qatar non prende posizione ma sa gestirle tutte quelle che gli capitano sotto mano. Roba tosta, tipo finanzia e media. Sa fare il padrone di casa e quando serve, scompare dietro la parola magica che non è ‘Sesamo, apriti’ ma la diplomazia.
Il suo ruolo nella regione è ambiguo per definizione. Da un lato ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente, snodo strategico delle operazioni USA. Dall’altro mantiene rapporti diretti e continuativi con i terroristi di Hamas, offrendo rifugio politico ai suoi leader macellai e trasferendo miliardi di dollari a Gaza sotto forma di “aiuti”. Tutto formalmente concordato, tutto ufficialmente monitorato. E tutto politicamente esplosivo.
Con Israele il rapporto è il classico non-rapporto che funziona. Nessuna relazione diplomatica ufficiale, ma contatti costanti, soprattutto nei momenti di crisi. Doha è stata per anni il canale principale per negoziare tregue, trasferimenti di fondi, rilascio di ostaggi. Israele lo sa, lo accetta e lo usa. Non per fiducia, quanto per necessità. Perché quando serve parlare con Hamas, si passa dal centralino del Qatar. Punto. Vi piace? E’ così. Non vi piace? E’ così lo stesso.
Questo è il cuore del problema: il Qatar non crea i conflitti, ma sa come renderli gestibili. E rendendo gestibile l’ingestibile, ne prolunga l’esistenza. I finanziamenti a Gaza hanno evitato il collasso umanitario, ma hanno anche permesso a Hamas di sopravvivere politicamente e amministrativamente. Doha si difende dicendo che senza quei soldi la situazione sarebbe stata peggiore. Probabilmente è vero. Ma è altrettanto vero che senza quei soldi Hamas non avrebbe avuto lo stesso respiro.
Come fanno molti malavitosi di grana spessa, il Qatar non minaccia nessuno direttamente. Semmai minaccia l’idea che esistano linee chiare. È l’emirato che dialoga con l’Occidente mentre finanzia l’islam politico; che si presenta come mediatore mentre sceglie accuratamente chi proteggere; che parla il linguaggio dei diritti nei forum internazionali e quello della realpolitik nelle stanze chiuse. Vi pare poco? Non lo è. Nel senso che non è poco, è tantissimo. E non solo per questo minuscolo, ricchissimo e superastuto staterello che altrimenti sembrerebbe una fantasia da operetta. E invece opera, eccome opera!
Per Israele, Doha è un interlocutore necessario e irritante. Un Paese che non puoi sanzionare, non puoi isolare e men che mai puoi ignorare. Per il mondo arabo, è il vicino troppo ricco e troppo autonomo e per l’Occidente, è il partner che fa lavori sporchi con il sorriso pulito.
Il Qatar è questo: uno Stato che non prende posizione perché le posizioni le affitta. E finché la regione resterà un intreccio di guerre irrisolte, ostaggi, milizie e diplomazie parallele, Doha continuerà a prosperare. Senza esporsi e senza pagare il prezzo. E soprattutto senza dover mai spiegare fino in fondo da che parte sta davvero.
Il Punto. Qatar, l’emirato che finanzia tutti e non paga mai il conto
Il Punto. Qatar, l’emirato che finanzia tutti e non paga mai il conto

