È accaduto a fine dicembre a Miami, in Florida. I genitori di Ran Gvili, giovane israeliano ucciso il 7 ottobre 2023, la cui salma è ancora trattenuta nella Striscia di Gaza, sono stati avvicinati e deliberatamente aggrediti da manifestanti pro-Palestina mentre si trovavano in città per una missione diplomatica. Non si è trattato di una protesta casuale, ma di un’azione mirata: i manifestanti si sono diretti verso di loro con cartelli e slogan, ben sapendo chi fossero e perché fossero lì.
Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di un odio che non conosce limiti, capace di colpire persino i familiari di un morto, un gesto che ha trasformato una richiesta umanitaria – la restituzione di una salma – in un bersaglio ideologico.
La famiglia Gvili si trova in Florida per sensibilizzare le autorità americane sulla sorte del figlio Ran e per chiedere che la sua restituzione venga posta come condizione imprescindibile nei negoziati in corso tra Israele e Hamas. L’accordo di cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti, prevede infatti che tutti gli ostaggi e i resti dei caduti vengano consegnati prima di passare a negoziati più ampi sulla ricostruzione e sulla governance di Gaza. Tuttavia, la salma di Ran rimane ancora oggi nelle mani dei gruppi terroristici armati nella Striscia.
Proprio per questo, nei giorni scorsi i genitori hanno incontrato il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, insieme ad altri funzionari dell’amministrazione americana coinvolti nella mediazione. Incontro finalizzato a ribadire che senza la restituzione del corpo di Ran non può esserci, né per la famiglia né per Israele, alcuna vera chiusura della prima fase e che il diritto a seppellire un figlio secondo la tradizione ebraica non è negoziabile.
In Israele, l’attesa è diventata uno strazio nazionale. Ran Gvili è infatti l’ultimo israeliano ucciso il 7 ottobre la cui salma è ancora trattenuta dai terroristi. Un vuoto che pesa non solo sulla sua famiglia, ma sull’intero Paese. “Israele non potrà guarire finché Ran non tornerà a casa”, ha dichiarato sua madre, spiegando che non si tratta di politica, ma di dignità umana.
Ran aveva 24 anni ed era sergente maggiore dell’unità speciale Yamam della polizia israeliana. Il 7 ottobre 2023 si trovava a casa, nel sud di Israele, in convalescenza per un infortunio. Appena compreso cosa stava succedendo, ha indossato l’uniforme ed è uscito per affrontare i terroristi che avevano invaso il sud del paese. È stato ucciso durante i combattimenti e il suo corpo è stato portato nella Striscia di Gaza e mai stato restituito.
Da allora, la famiglia vive sospesa in una condizione che nessun genitore dovrebbe mai provare: sapere che il proprio figlio è morto, ma non poterlo piangere, non poterlo seppellire e non poter elaborare il lutto. A Tel Aviv, nella piazza degli Ostaggi, il volto di Ran è diventato uno dei simboli di questa ferita ancora aperta, condivisa da un intero Paese.
L’impegno della famiglia Gvili, che dal sud di Israele è arrivata fino ai corridoi del potere a Washington, rappresenta una richiesta di dignità e di umanità che ha l’obiettivo di ricordare al mondo che la pace non può prescindere dal riconoscimento del dolore individuale. La battaglia di una madre e di un padre per riavere indietro il corpo del loro figlio è oggi per tutti noi un monito potente sulla fragilità della vita e sulla necessità di non perdere mai di vista l’essere umano dietro la notizia.
L’episodio di Miami racconta, quindi, qualcosa che supera il singolo gesto. Racconta cioè, una deriva in cui non esistono più confini morali, in cui persino una famiglia in lutto diventa un bersaglio legittimo. Non è dissenso politico e men che mai attivismo ma semplice e insopportabile disumanizzazione. Ed è forse questo il segnale più allarmante del clima che si sta diffondendo anche in Occidente, dove l’odio ideologico arriva a calpestare persino il rispetto che si deve ai morti.
Propal. Aggredita a Miami la famiglia di Ran Gvili
IPropal. Aggredita a Miami la famiglia di Ran Gvili

