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Perchè Tehran attacca le vie del petrolio

Colpire le rotte energetiche per dividere gli alleati occidentali e alzare il costo della guerra

Emanuele Ottolenghi

Tempo di Lettura: 5 min
Perchè Tehran attacca le vie del petrolio

Dai primi tredici giorni di guerra nel Golfo emerge un dato per molti sorprendente: il regime iraniano ha sparato circa sette volte più proiettili (missili e droni) contro i suoi dirimpettai (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar) di quanti ne ha diretti a Israele, pur essendo in guerra contro Israele e gli Stati Uniti e non contro i suoi vicini arabi.

Nel suo discorso alla nazione, la nuova guida suprema, Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha ribadito che gli unici obiettivi colpiti nel Golfo sono basi e installazioni americane, ma chiaramente i pasdaran stanno bersagliando aeroporti, siti turistici, infrastrutture energetiche e navi in transito. L’aggressione contro paesi non belligeranti ha portato alla chiusura degli Stretti di Hormuz e a uno shock energetico che si riverbera a livello globale, con un’impennata del costo degli idrocarburi, la sospensione della copertura assicurativa del traffico commerciale e lo spettro di un’ulteriore chiusura – la porta di Bab El Mandeb, all’entrata del Mar Rosso – se entrassero nel conflitto anche gli Houthi. Tutto questo è intenzionale e fa parte di una strategia iraniana che, non potendo contrastare i suoi avversari in maniera convenzionale, ricorre a strumenti asimmetrici per creare pressione sufficiente a farli desistere.

Al conflitto in corso partecipano gli Stati Uniti, e uno degli obiettivi dichiarati è il rovesciamento del regime, oltre che la totale distruzione dell’apparato militare – nucleare, missilistico e navale – della Repubblica Islamica. La campagna militare è iniziata con un attacco a sorpresa contro la leadership del regime e prosegue su un fronte amplissimo. Già indebolito nelle sue difese dal conflitto dello scorso anno, il regime sa di non potersi difendere. Però può alzare il costo della guerra e resistere, con l’intento di sopravvivere fino al momento in cui, raggiunti costi troppo elevati, gli avversari gettano la spugna e si accontentano di aver degradato l’arsenale iraniano senza però infliggere al regime il colpo di grazia. Per questo, la strategia iraniana comprende due dimensioni. Difensivamente, il regime può spostare assetti vitali fuori portata degli attacchi, muovendo parte del suo arsenale – come già fece l’anno passato – e la leadership del paese nella zona orientale dell’Iran.

Nel frattempo, cerca di mantenere la pressione interna contro la popolazione ostile, per evitare una nuova insurrezione mentre il regime e il suo apparato repressivo sono bersagliati dal nemico. Offensivamente, può scatenare una guerra asimmetrica. Per farlo, il regime ha tre mezzi a disposizione: i proxy, che ha parzialmente attivato (Hezbollah e le milizie irachene fedeli al regime); il terrorismo, di cui si sono già visti i primi segnali con attacchi sventati in Inghilterra e Azerbaijan; e la destabilizzazione delle due principali arterie economiche della regione – gli Stretti di Hormuz, appunto, e l’entrata del Mar Rosso dall’Oceano Indiano, su cui si affacciano gli Houthi, il proxy che non è ancora sceso in campo.
Per questo gli attacchi contro i paesi del Golfo e la loro infrastruttura economica sono molto più intensi che a Israele.

Dalla guerra passata, i vertici iraniani hanno probabilmente compreso di non poter infliggere sufficiente danno a Israele per farli desistere, specie ora che Israele colpisce insieme alle ben più poderose forze americane nella regione. Ma possono creare uno shock economico globale e una frattura tra Washington e i suoi alleati della regione, che alla guerra erano fin dall’inizio contrari e le cui possibili conseguenze comunque temono. Se l’opinione pubblica occidentale, i governi del Golfo e gli altri alleati americani concludono che la guerra non si può vincere e il danno all’economia globale sta diventando insostenibile, il regime sopravvive e Israele e gli Stati Uniti ne escono sconfitti, a prescindere dall’impatto considerevole avuto sull’arsenale bellico di Teheran.

La strategia iraniana ha per ora avuto in parte gli effetti desiderati: pressione sia domestica che internazionale su Washington perché finisca in fretta la guerra, mobilitazione in Occidente di parte delle opinioni pubbliche contro il conflitto e divisioni evidenti tra alleati occidentali. L’aumento vertiginoso del prezzo del greggio, calcolano a Teheran, non è sostenibile per l’economia globale. In più, il blocco temporaneo del transito a Hormuz non è totale, ma sapientemente calibrato alle necessità politiche di Teheran. Le navi che portano greggio alla Cina continuano a transitare indisturbate, mentre gli approvvigionamenti diretti a Occidente sono bloccati.

Il tentativo di spingere i paesi del Golfo a rivoltarsi contro Washington non ha funzionato per ora. La ferocia con cui i proiettili iraniani si abbattono sui paesi del Golfo sta avendo, per ora, l’effetto opposto a quello desiderato. Ma anche questo potrebbe cambiare: l’ombrello difensivo americano non è impermeabile e il danno inflitto a questi paesi, pur imputabile principalmente a Teheran, può anche esser rinfacciato al presidente Trump, che potrebbe aver sottovalutato la capacità iraniana di bloccare gli Stretti e mettere a ferro e fuoco il litorale del Golfo. Senza una vittoria insindacabile degli Stati Uniti, i loro alleati storici potrebbero ripensare le loro alleanze e avvicinarsi a Teheran per evitare una ripetizione di quanto stanno vivendo ora.

Fino all’esaurimento del suo arsenale, la Repubblica Islamica continuerà quindi a fare del Golfo, e se gli Houthi si uniranno anche del Mar Rosso, il suo principale strumento di ritorsione contro i suoi avversari, nella speranza che, prima dell’esaurimento dei propri missili, la pressione su Washington per cessare le ostilità abbia la meglio.

Emanuele Ottolenghi
Senior Research Fellow
presso CENTEF (Center for Research on Terror Financing)


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