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Parla un cattolico: ecco la Chiesa che vogliamo

Tra dialogo interreligioso e smarrimento identitario, il nodo del rapporto con ebraismo e Israele divide il mondo cattolico

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Parla un cattolico: ecco la Chiesa che vogliamo

Molti cattolici guardano con crescente disagio ad alcune iniziative di una parte della Chiesa che, nel pur nobile intento di promuovere il dialogo interreligioso, finiscono invece per risultare sbilanciate e poco coerenti. Si susseguono iniziative di Diocesi e Arcidiocesi per promuovere il dialogo con il mondo islamico, iniziative di per sé encomiabili, ma che spesso sembrano più orientate ad annacquare la specificità della religione cattolica e, più in generale, della tradizione giudaico-cristiana, che a costruire un confronto autentico e proficuo. Si propongono improbabili parallelismi tra la Quaresima e il Ramadan senza che se ne comprendano le ragioni, visto che si tratta di esperienze tra loro incomparabili per la semplice ragione che sono fondate su basi teologiche diverse.

Assistiamo al coinvolgimento attivo di associazioni come l’UCOII, realtà nota per la vicinanza alla Fratellanza Musulmana, il cui presidente, secondo quanto emerso dalla stampa e mai smentito, ha definito “eresie” il Cristianesimo e l’Ebraismo e i cui componenti, o soggetti ad essa vicini, ripropongono il solito copione intriso di antisemitismo mascherato da antisionismo. A ben vedere, si sta diffondendo nel mondo cattolico una retorica che presenta Israele e l’Occidente come violenti prevaricatori, piegando il Vangelo a letture non aderenti al Magistero.

Tutto ciò accresce la confusione in molti di noi, che ci chiediamo se questo sia il modo corretto per promuovere il confronto o non rischi, piuttosto, di trasformare la Chiesa in un’arena politico-ideologica, in cui viene sempre più marginalizzato il mondo ebraico, quello dei nostri “fratelli maggiori”.

Persi in un senso di frustrazione, veniamo però colti da un’illuminazione consolatrice quando ci rendiamo conto che un’altra anima della Chiesa esiste ed è capace di interpretare con il giusto equilibrio il tema del dialogo interreligioso: è quella che nel 2025, in occasione del 60° anniversario della dichiarazione Nostra Aetate, ha visto CEI ed UCEI redigere assieme le “24 Schede per conoscere l’Ebraismo”. Si tratta di un documento importantissimo e tuttavia poco conosciuto.

Le Schede promuovono “cultura e conoscenza come vero antidoto ad ogni forma di antisemitismo”. Partono da un’autocritica della Chiesa – l’antigiudaismo, nella storia europea, è stato “un fenomeno prevalentemente di matrice cristiana” – e smontano gli stereotipi che per secoli hanno alimentato l’ostilità verso gli Ebrei, dall’accusa di deicidio all’omicidio rituale.

Il Cristianesimo viene quindi riportato alle sue radici ebraiche. “Gesù è ebreo e lo è per sempre”; non era palestinese, non per pregiudizio o islamofobia, ma perché definirlo tale è storicamente falso (conviene ricordarlo, magari al prossimo presepe, prima di avvolgere il Bambinello in una kefiah).

Il documento offre, poi, un’analisi lucida delle manifestazioni contemporanee di antisemitismo.
Richiama anzitutto l’attenzione sul “nuovo uso politico [dell’antisemitismo] nella propaganda del fondamentalismo islamico”, per poi affrontare uno dei temi più controversi del dibattito attuale: il legame tra gli ebrei e la Terra d’Israele, definito come “elemento costitutivo della propria identità e della propria esperienza religiosa”. Non la compensazione per la Shoah, ma la ricostituzione di una continuità storica e nazionale del popolo ebraico.

Si arriva così a un ulteriore punto decisivo, che le Schede fanno proprio: l’antisionismo è una manifestazione di antisemitismo. La critica alle scelte politiche del governo israeliano è un diritto inviolabile, ma si “entra nella sfera della politica antisemita” quando si nega la legittimità stessa dello Stato di Israele o si ripropongono i classici stereotipi antiebraici (gli ebrei che complottano per governare il mondo, che controllano l’economia e l’informazione e così via). Quindi, “essere antisionisti oggi significa volere la distruzione di uno Stato, non perfetto, ma democratico, che ha nove milioni di cittadini”.

Parole chiare e nette, peraltro in sintonia evidente con la definizione IHRA recepita dal disegno di legge (ddl) contro l’antisemitismo approvato di recente dal Senato, che dimostrano come essa, alla fine, non sia quel “male assoluto” che una parte continua a dipingere. Questa è la Chiesa che vogliamo.

Una Chiesa che promuova il dialogo interreligioso in modo autenticamente cattolico, cioè universale e paritario con le diverse fedi, senza smarrire la propria identità. Una Chiesa coraggiosa, che sappia riconoscere i segnali di antisemitismo, anche quando si nascondono dietro l’antisionismo, e non conceda spazio a chi ne è portatore. In attesa di capire quale anima prevarrà, sarebbe utile che queste 24 Schede venissero diffuse ampiamente, soprattutto nell’ambito ecclesiale, cosa che, al momento, non risulta essere avvenuta.

Alessandro Bertani
Avvocato amministrativista

abilitato al patrocinio dinanzi le Giurisdizioni Superiori


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