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⌥ Pantofole, piazze e carnefici utili

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C’è una geografia molto precisa dell’indignazione contemporanea. Funziona a intermittenza, come le luci delle scale mobili quando il centro commerciale sta per chiudere. A Gaza sì. A Kiev no. A Teheran meno che mai. Strano, vero? Eppure le immagini che arrivano dall’Ucraina – città sventrate, civili bombardati, bambini deportati – e dall’Iran – impiccagioni, repressione sistematica, donne schiacciate dallo Stato teocratico – non sono esattamente materiale da cineforum. Ma niente. Silenzio. Pantofole, plaid, tisana.

Le piazze che si riempiono per la “nobile causa palestinese” diventano improvvisamente allergiche alla pioggia quando si tratta di denunciare Putin o gli ayatollah. Nessuna flottiglia per Kiev. Nessuna occupazione liceale per le ragazze iraniane. Nessuna audizione solenne, con faccia grave e tono professorale, per chi in Iran muore davvero, senza hashtag glamour e senza sponsor ideologici.

Il sospetto, a questo punto, diventa quasi una certezza: il criterio non è la sofferenza, ma il colpevole giusto. Se il carnefice è il nemico del mio nemico, allora può fare quello che vuole. Bombardare, torturare, impiccare, deportare. È tutto condonabile, anzi invisibile. La morale selettiva funziona così: si accende solo quando serve a colpire Israele, e si spegne quando costringe a guardare alle responsabilità di Mosca o di Teheran.

La chiamano “società civile”. Ma una società che sceglie scientemente dove guardare e dove voltarsi dall’altra parte non è civile: è comoda. E l’indifferenza, quando è così accuratamente distribuita, non è distrazione. È complicità.


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