C’è qualcosa di profondamente newyorkese nella scena che si ripete davanti alle vetrine di Breads Bakery anche nei giorni più rigidi dell’inverno, quando la neve si accumula sui marciapiedi e i clienti continuano a entrare per una babka al cioccolato che costa quanto un pasto completo. È la città che consuma tutto, anche il conflitto, e che riesce a trasformare una panetteria in un’arena politica senza soluzione di continuità. È dentro questo meccanismo che si è inserita una vicenda che, osservata con un minimo di attenzione, racconta molto più di una disputa sindacale.
La catena israeliana è finita al centro di una mobilitazione che, sulla carta, riguarda salari bassi, turni estenuanti e condizioni di lavoro difficili, temi reali e comuni nel settore. Ma quasi subito la protesta ha cambiato registro, assumendo un profilo apertamente politico, con richieste che esulano dal rapporto tra datore di lavoro e dipendenti e chiamano in causa Israele, il sionismo e la guerra a Gaza.
A guidare questo slittamento non è una lavoratrice del panificio, bensì Johanna King-Slotsky, dottoranda in letteratura inglese, ebrea, attivista filo-palestinese e figura già nota per il ruolo svolto nelle proteste alla Columbia University. King-Slotsky non ha mai lavorato in una filiale di Breads Bakery, ma è diventata il volto pubblico e il centro operativo del comitato Breaking Breads, firmando comunicati, fornendo contatti ai media e dettando la linea politica di una vertenza che chiede alla direzione di interrompere ogni legame con Israele, di smettere di produrre dolci con simboli sionisti, di non partecipare a eventi pro-Israele e di cessare qualunque forma di donazione a organizzazioni che operano nel Paese.
Il nesso tra condizioni di lavoro e conflitto mediorientale viene presentato come evidente, quasi automatico, dentro una cornice che parla di sfruttamento globale e solidarietà universale. È uno schema già visto nei campus americani, dove il linguaggio del lavoro e quello dell’attivismo antisionista si fondono fino a diventare intercambiabili. Il risultato è che una vertenza locale viene trasformata in un campo simbolico di una battaglia più ampia, che ha obiettivi politici ben definiti e un immaginario già rodato.
Non tutti i lavoratori sembrano riconoscersi in questa impostazione. Alcuni sostengono la richiesta di un sindacato ma guardano con diffidenza alla piega ideologica assunta dalla protesta, dichiarando di voler semplicemente migliorare le proprie condizioni materiali senza essere arruolati in una causa che non sentono come propria. Altri evitano di parlare per timore di conseguenze sul lavoro. La presenza di attivisti esterni e di volti già protagonisti di altre mobilitazioni contribuisce a creare frizioni interne più che unità.
Dal punto di vista giuridico, la strada della sindacalizzazione appare tutt’altro che semplice. Il comitato rappresenta appena la soglia minima prevista dalla legge statunitense e molte delle richieste avanzate, quelle di natura politica, non rientrano nella contrattazione collettiva. Il datore di lavoro può respingerle senza violare alcuna norma, il che rende evidente quanto la strategia punti più sulla pressione simbolica che su basi legali solide.
Breads Bakery ha risposto rivendicando una posizione elementare, sostenendo di fare pane e dolci, non politica. Una linea che può apparire difensiva, ma che fotografa bene l’assurdità di una situazione in cui un’impresa commerciale viene chiamata a prendere posizione su un conflitto internazionale come condizione per discutere di salari e turni.
Alla fine, il panificio sembra diventare un pretesto, un luogo qualsiasi su cui proiettare una battaglia già combattuta altrove, con gli stessi slogan e gli stessi protagonisti. Il rischio, per i lavoratori, è di essere trascinati in uno scontro che non nasce dal bancone né dal forno, mentre per l’opinione pubblica resta l’ennesima dimostrazione di quanto, oggi, l’attivismo faccia fatica a distinguere tra una vertenza concreta e una militanza ideologica che cerca nuovi palcoscenici.
Pane, sindacato e bandiera: l’attivismo in panetteria
Pane, sindacato e bandiera: l’attivismo in panetteria

